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“Selva oscura” di vite parallele

Destini nel caos nell’ultimo romanzo di Nicole Krauss edito da Guanda

Edificato nel 1962 in stile tardo modernista, anzi “brutalista”, l’hotel Hilton di Tel Aviv è un gigantesco parallelepipedo affacciato sul mare. E «più si osserva quella mostruosità piazzata a sbalzo sopra il litorale, più si ha l’impressione che serva a qualche scopo più recondito di cui possiamo solo intuire il senso, geologico o mistico che sia: uno scopo non legato a noi, ma a entità di assai più ampio respiro». Ed è qui, all’hotel Hilton, che prendono avvio le due vicende parallele dell’ultimo romanzo di Nicole Krauss, “Selva oscura” (Guanda, pagg. 323, euro 19,00, traduzione di Federica Oddera), senza dubbio il racconto più complesso e riuscito dell’autrice de “La storia dell’amore”.

Dall’hotel Hilton è sparito Jules Epstein, ricco e affermato avvocato ebreo newyorchese, che dopo aver passato la vita ad accumulare ricchezze, ha divorziato dalla moglie dopo 35 anni di matrimonio, si è liberato un po’ alla volta dei suoi possedimenti e dei suoi tesori, ed è partito alla volta di Israele alla ricerca di antiche radici: «La materia di cui era fatto era più antica di qualsiasi tempio, e ultimamente qualcosa di quella antichità stava tornando in lui». E all’Hilton approda anche una famosa scrittrice americana, anche lei di New York, che alle soglie della separazione dopo dieci anni di matrimonio, in preda a crisi creativa, vuole tornare lì dove fu concepita - appunto all’Hilton - per tentare di scrivere un nuovo romanzo.

Le due storie procedono in parallelo: il viaggio di Epstein è raccontato in terza persona, quello della scrittrice in prima persona nella forma dell’autofiction. Tutti e due i personaggi del romanzo, Jules Epstein e la scrittrice, sono sulle soglie di una “selva oscura”, oltre la quale potrebbe esserci una possibilità di rinascita o, al contrario, il rischio di perdersi nel deserto. Mentre Jules Epstein inizia il suo viaggio esistenziale incontrando una serie di personaggi fra cui il controverso rabbino Klausner, la scrittrice incontra un vecchio amico del padre, Eliezer Friedman, anziano professore di letteratura in pensione, in odore di Mossad, che intende affidare alla donna un compito: riscrivere la biografia di Franz Kafka, sulla base di alcuni manoscritti inediti conservati nell’abitazione di Eva Hoffe, figlia di Esther, la segretaria di Max Brod, grande amico di Kafka e depositario della opera. E qui il romanzo intercetta fatti reali: quando Brod morì nel 1968, lasciò i testi inediti di Kafka a Esther Hoffe. Alcuni furono pubblicati o venduti, ma la maggior parte venne lasciata alle sue figlie, Eva e Ruth, che si rifiutarono renderli pubblici. Nel 2008 (Esther è morta nel 2007) iniziò una battaglia legale tra le sorelle Hoffe e la Biblioteca nazionale di Israele, che sosteneva che le opere fossero di proprietà della nazione d'Israele da quando Brod era emigrato nella Palestina britannica, nel 1939. Una sentenza del 2010 del tribunale di Tel Aviv stabilì che i documenti dovevano essere “liberati”. Ma pochi lo furono, e la battaglia legale continua. Le Hoffe sostengono che gli inediti sono loro beni personali, mentre la Biblioteca Nazionale sostiene che siano "beni culturali appartenenti al popolo ebraico".

In questo labirinto si ficcano dunque la scrittrice americana e il misterioso Friedman, che svelerà alla giovane donna una verità parallela: Kafka non morì nel 1924 a Praga a causa della tubercolosi, ma, ancora malato, riuscì a emigrare in Palestina dove visse sotto il falso nome di Anshel Peleg, facendo il giardiniere, fino alla sua morte avvenuta «in una notte di ottobre del 1956». Compito della famosa scrittrice in crisi creativa sarà appunto quella di «scrivere la vera fine della sua vita». Poco alla volta, i percorsi di Jules e della scrittrice finiranno per convergere proprio verso il deserto, là dove «un tempo c’era il fondo del mare», ultima soglia dove «attingere e a un significato fuori dal tempo», e dove forse ritrovare se stessi come Dante alla fine della sua umanissima Commedia. Pescando a piene mani nel mare magnum della religiosità, della storia e della cultura ebraica, giocando con simboli e metafore come una funambola circense, Nicole Krauss tesse con maestria una fitta trama che parla di perdita e ricerca, di realtà e finzioni, di verità consolidate e sfuggenti, affrontando senza esitazioni il caos di ogni esistenza. Con la consapevolezza che «il caos è l’unica

verità che la letteratura sarà sempre condannata a tradire, perché nella creazione delle sue delicate strutture, che evidenziano molti aspetti autentici della vita, la parte di verità legata all’incoerenza e al disordine non può che rimanere oscura».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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