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Come fare i pazzi per evitare la galera

Oggi alla Lovat lo psichiatra Corrado De Rosa

Da anni lo psichiatra Corrado De Rosa collabora con l’autorità giudiziaria nei processi di camorra, infiltrazioni mafiose al nord ed eversione nera. Sull’uso della follia nei processi di mafia e terrorismo ha scritto saggi scientifici e divulgativi e ha dedicato una biografia al criminologo Aldo Semerari, mettendo in luce come negli anni ’70 lo psichiatra forense, legato alla P2 e ai gruppi neofascisti e finito decapitato dalla camorra, fosse stato un prezioso alleato di molti criminali: Semerari firmava perizie compiacenti che li facevano passare per matti e contribuiva così ad addolcire le loro sentenze.

De Rosa si cimenta adesso con la narrativa. Ne ‘L’uomo che dorme’ (Rizzoli, pagg. 350, euro 17, che sarà presentato oggi alle 18 alla libreria Lovat con il direttore del Piccolo Enzo D’Antona) racconta la vicenda di uno psichiatra forense che si destreggia tra disadattati cronici, finti pazzi e bastardi veri, alle prese con un serial killer che terrorizza Salerno.

De Rosa, Salerno è anche la sua città. Quanto c’è di autobiografico nel romanzo?

«A parte il fatto che il protagonista è uno psichiatra consulente del tribunale per crimini violenti, tifoso di calcio e scaramantico, molto poco. Diciamo che il libro è il punto di contatto tra chi vive una vita normale e chi è accusato di omicidio. C’è contiguità tra la normalità e quella che è considerata follia, ma in realtà sotto questo nome si usa chiamare tutto ciò che non si comprende».

La sua professione la porta in contatto con il mondo criminale. È stato consulente in diversi processi sulla criminalità organizzata e il terrorismo, dal clan dei Casalesi a piazza della Loggia. In che cosa consiste il suo lavoro?

«Cerco di capire se uno fa il pazzo oppure lo è per davvero. Chi entra in carcere soffre, questo è scontato, ma c’è anche chi cerca di utilizzare la malattia per avere dei vantaggi concreti, puntando a mettere in discussione la propria capacità di intendere e di volere. Il compito del consulente è quello di aiutare il tribunale a decidere se chi viene giudicato ha diritto ad accedere ai benefici di giustizia oppure no».

Come si fa in concreto?

«Utilizzando degli indicatori scientifici, visto che la psichiatria è una branca della medicina, anche se non è come fare una radiografia, dove si può vedere con esattezza come stanno le cose, in questo caso i margini sono più labili».

Quali sono i trucchi per farsi credere pazzi?

«Una volta i boss per fingere di essere pazzi si mettevano a parlare con i muri, ora ci sono altri espedienti. Si va dal dimagrimento patologico procurato, vale a dire l’anoressia, a condotte autolesive. Certo, in carcere la psiche viene messa a dura prova, il numero dei suicidi è superiore di venti volte rispetto a quanto succede 'fuori', ma io ho voluto accendere i riflettori su quella fetta di persone che fa finta».

La follia come strategia difensiva.

«Non c'è stato un solo grande processo, da Piazza della Loggia a piazza Fontana, che non si sia giocato a colpi di perizie psichiatriche».

Siamo prossimi al quarantennale della legge Basaglia, pubblicata il 13 maggio 1978...

«È interessante notare come in quegli anni, proprio mentre il mondo della psichiatria nobile apriva i manicomi e toglieva le etichette della malattia mentale, altri correvano a riprendere quelle etichette per usarle come scudo. Risale a quel 1978 la fuga del boss camorrista Raffaele Cutolo dal manicomio criminale di Aversa, dove era stato rinchiuso pochi mesi prima da una sentenza che gli riconosceva l’infermità mentale».

Il 1978 è anche l’anno del rapimento di Aldo Moro.

«Come non ricordare che l’allora ministro dell’Interno, Cossiga, aveva chiamato a consulto alcuni criminologi per analizzare quello che scriveva Moro dalla prigione brigatista. In quelle lettere Moro rivendicava

la sua presenza sulla scena, ma i criminologi dicevano che non era in sé, che era suggestionato dalle Br, vittima della sindrome di Stoccolma e che moralmente quelle lettere non erano sue, contribuendo così alla sua delegittimazione».

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