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Tavčar, tre lingue per dare voce al profumo della natura e delle memorie

Giovanni Tavčar, nato nel 1943, è poeta trilingue. Un profilo particolare, forse possibile solo a Trieste. Lo sloveno è la sua lingua materna, come osserva Denis Poniž nell’introduzione all’ultima...

Giovanni Tavčar, nato nel 1943, è poeta trilingue. Un profilo particolare, forse possibile solo a Trieste. Lo sloveno è la sua lingua materna, come osserva Denis Poniž nell’introduzione all’ultima raccolta. Ma appunto, aggiunge un’ulteriore prefazione di Angelo Manitta, l’autore può essere definito «emblema della sua città». Scrittore prolifico, a quanto pare, con alle spalle molte sillogi poetiche, pubblicate sia in italiano, tedesco e sloveno. Autore anche di scritti meditativi su temi religiosi e riflessioni di carattere musicale. Si aggiungono dei romanzi tra cui “Armonici cromatismi emozionali” (Il Convivio Editore) e “Ritorno a Vienna” (Simple Editore).

Con “Il profumo delle memorie”, sempre edito dal Convivio (pag. 150, euro 14,00), ritorna alla scrittura in versi. E lo fa in una raccolta che oltre all’italiano, prevede le due versioni in sloveno e tedesco. Una molteplicità dello sguardo tramite il suono dunque e ciò, a leggere la riflessione di Poniž, è in grado di declinare a un’unità la poetica dell’autore, di riunire: «i diversi modi che sono nascosti nelle lingue che adopera». Protagonista è indubbiamente la natura, una natura inconfondibile come quella di Trieste, dal mare al Carso. Il mare è luogo di inizio e di fine. Ma è anche – e soprattutto – un paesaggio meditativo, un’architettura rielaborata dall’introspezione. Ogni singolo particolare di aria, terra o acqua, rimanda a similitudini interiori, quasi dal sapore panico, talvolta incline all’enfasi. Di pagina in pagina tuttavia questo transfert natura/uomo si stempera, per risolversi in un’introspezione più autonoma, sostenuta anche da un verso più asciutto, nonostante l’inclinazione metafisica. Come sostiene Manitta: «La tematica di Tavčar in questa silloge non si limita al mare, alla meditazione, al tempo, alla memoria, al viaggio verso l’infinito; ma si volge alla preghiera, al tema della contemplazione della natura, al mistero della vita, al silenzio quale momento di riflessione, alla parola quale mezzo di comunicazione con gli altri». E sono soprattutto gli ultimi componimenti che ci rimandano a un dettato meno consolatorio, dove la dimensione naturale si diluisce e il mondo assume altri tratti, per quanto meditativi, osservati con un occhio più frontale. La natura non decora più in modo eccessivo gli stati d’animo e se lo fa ci restituisce un climax più piano, come nel bell’incipit: “Le nuvole/che hanno offuscato ieri sera/il rito

del tramonto,/sono scomparse del tutto”. Allo stesso modo l’orizzonte si fa più profondo nella dimensione esistenziale e religiosa dei testi più meditativi, rivolti a un assoluto che viene messo in dubbio: “Essere chiamati/a esistere/è inganno/o misericordia?”. mbt



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