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Pupi Avati racconta “Il Signor Diavolo” ai tempi della Dc

Nel nuovo romanzo del regista edito da Guanda la storia di un’amicizia e di un terribile omicidio

«Oggi il Diavolo non esiste più. I bambini non sanno cosa sia. Il male adesso pervade tutto in modo più subdolo: è molto confuso, come il bene», dice Pupi Avati. Nella semplicità della cultura arcaica contadina invece era tutto più definito, così tanto che il Diavolo poteva essere identificato anche con un povero innocente, un ragazzino con problemi fisici e mentali: lo racconta il regista e scrittore nel suo nuovo romanzo “Il Signor Diavolo”, edito da Guanda (pagg. 202, euro 16,00). Sulla pagina e col suo cinema, in tanti film come “Balsamus, l’uomo di Satana”, “Thomas e gli indemoniati”, “La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone”, “La casa dalle finestre che ridono”, “Zeder” e “L’arcano incantatore”, Avati è grande cantastorie degli intrecci fra occulto, credenze popolari e religione. La suggestione degli spiriti e del Male, cresciuta in lui già durante l’infanzia, nel romanzo diventa ritratto di un’epoca ancora zeppa di echi ancestrali. Siamo nel 1952: un ispettore viene inviato a Venezia dal Ministero di Grazia e Giustizia del governo democristiano. La missione: evitare che un sagrestano e una suora siano coinvolti nel processo per l’uccisione di Emilio, un ragazzo con problemi fisici e mentali, nel remoto paesino lagunare di Lio Piccolo. I due sono accusati di aver indotto un coetaneo a uccidere Emilio convincendolo che la vittima era il diavolo. «Un tempo la deformità fisica era assimilata al demoniaco», dice Avati. «Ho immaginato questa storia nella laguna veneziana perché lì, come nel Delta del Po, le nebbie dilatano gli spazi: l’ultimo luogo dove il diavolo ha trovato un senso».

Da dove nasce l’idea del libro?

«Dai primi anni della mia vita, che ho trascorso in campagna durante lo sfollamento per la guerra. Lì ho scoperto il sapore delle cose, l’amicizia, l’amore, l’attrazione sessuale, la bontà e la cattiveria, la vita e la morte. Il nostro incontro con gli archetipi, con il pantheon delle nostre conoscenze, avviene nell’infanzia».

E lei cos’ha assorbito?

«Ero immerso nel contesto della cultura contadina e della chiesa preconciliare, due elementi di formazione, o disinformazione, che dilatano la tua immaginazione. Impari a vedere nelle cose quello che non c’è. La cultura contadina era intrisa di una sacralità diffusa, il miracolo era possibile in ogni momento, e così il sommo male, sintetizzato dal Diavolo occultato in ogni angolo della giornata attraverso le sue tentazioni».

È vero che “Il Signor Diavolo” avrebbe dovuto essere un film girato a Grado?

«Sì, era un primo racconto sull’amicizia tra due chierichetti nella Chiesa contadina. Poi il film non si è fatto ma era un contesto interessante al quale una persona dell’oggi difficilmente ha accesso, quindi l’ho fatto diventare un libro. Questo racconto mi entusiasma perché mi prescinde: lo chiamo un “libro gotico maggiore” perché c’è un aspetto esoterico al quale non so dare una spiegazione razionale. Tutto viene rivisto alla luce del processo sull’omicidio, attraverso lo sguardo di un democristiano degli anni ’50».

Il controllo della Dc, dunque, era capillare…

«Il Veneto era il territorio elettorale più forte della Democrazia Cristiana: un processo che avrebbe coinvolto una suora e un sagrestano avrebbe compromesso l’elettorato proprio alla vigilia delle elezioni del ‘53. La Dc era un partito al quale tutti i miei hanno appartenuto, allora c’era una sorta di coincidenza per cui essere cattolici voleva dire essere democristiani. Non ti davano l’assoluzione se votavi il partito comunista».

Ma lei, al Diavolo, ci crede un po’?

«Se si crede a un ente supremo del bene massimo, si deve credere anche al male, altrimenti sarebbe totalmente inutile. E io vedo persone che agiscono senza nessun fine in modo malevolo. Ma oggi non si parla più di Demonio perché la pedagogia ha eliminato la paura, ma così non esiste neanche più la creatività che cresce nelle paure dell’infanzia».

Nei suoi film e nei suoi racconti torna spesso anche il rapporto con l’aldilà…

«Fa parte della mia natura. Ho la cultura dei morti, li tengo sempre presenti. A casa mia ho una parete, che chiamo “la via degli Angeli”, ricoperta da 150 piccoli ritratti in cornicette di legno dorato: sono tutte le persone che hanno fatto parte della mia vita

e che la sera vado a salutare. In più tutti i nomi dei miei film e di questo libro sono di persone che ho conosciuto: gli cambio ruolo, ma è come se continuassero a esistere nelle mie opere. Vorrei che l’altrove fosse molto più vicino, praticabile».

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