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Un’onda da Belgrado a Praga non rivoluzione ma libertà

Lo storico Guido Crainz analizza in modo comparativo la protesta in Europa

Cosa avevano in comune il ’68 parigino e quello praghese, gli hippie berlinesi e quelli belgradesi? Senz’altro una grande voglia di agire e di contare di più, nel mondo universitario e nella società in generale. Volevano occuparsi di politica, sdoganarsi dai loro padri, liberarsi da regole comportamentali obsolete, in altre parole migliorare il mondo e plasmarlo a propria misura. In effetti, i giovani studenti che dimostravano per le vie di Belgrado non erano poi così diversi dai loro coetanei berlinesi o torinesi anche se, il loro modo di pensare e le aspirazioni che coltivavano somigliavano di più a quelle condivise dai giovani polacchi e dalle cerchie intellettuali cecoslovacche. Eppure vi erano mode trasversali. Negli anni ’60, a Ovest così come a Est, si ascoltava la stessa musica, i Beatles e i Rolling Stones, le ragazze indossavano la minigonna e spesso si leggevano gli stessi autori, marxisti e non.

Per decenni l’esistenza della cortina di ferro aveva indotto a pensare a differenze sostanziali tra le richieste studentesche espresse a Occidente, nelle università degli Usa e dell’Europa occidentale, e le spinte libertarie dei movimenti studenteschi diffusisi nell’Europa dell’Est. Da lontano sembravano due mondi del tutto separati e non comunicanti. Al di qua della cortina di ferro che attraversava l’Europa ci si opponeva alla guerra in Vietnam, alle gerarchie accademiche e alle ineguaglianze di classe sposando il credo comunista e internazionalista. Al di là del muro, nei paesi del socialismo reale, invece si lottava per l’estensione delle libertà politiche e le riforme democratiche.

In realtà, indagando da vicino questi movimenti si evince che molte di queste distinzioni risultano semplificanti, dei veri e propri stereotipi che non reggono a uno sguardo comparato e a un’analisi storiografica interessata a cogliere la complessità e le ambiguità del ’68 nel contesto europeo e nelle sue specificità nazionali.

A riflettere su differenze e similitudini, vicinanze e lontananze ma soprattutto sulle molte contraddizioni e lacerazioni che attraversavano e segnavano l’Europa della fine degli anni 60, a Est e a Ovest, ci invita il libro curato da Guido Crainz dal titolo Il Sessantotto sequestrato. Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e dintorni (Donzelli, pagg. 196, euro 19,50). Il volume ci accompagna nel ’68 europeo, soprattutto in quello italiano, polacco, cecoslovacco e jugoslavo con i contributi dello stesso curatore e degli storici Pavel Kolár e Anna Bravo nonché i saggi di Wladek Goldkorn e Nicole Janigro. A integrare le loro ricostruzioni ci sono le testimonianze di personalità come Jirí Pelikán, Adam Michnik, Zygmunt Bauman, Radomir Konstantinović e altri protagonisti del fatidico ’68. L’approccio comparativo dedicato al ’68, finora assai carente nel panorama editoriale italiano, come del resto anche in quello francese, aiuta a mettere a fuoco le specificità dei mondi studenteschi nell’Europa dell’Est e in quella dell’Ovest, ma soprattutto come fu fraintesa o del tutto ignorata nei movimenti studenteschi dell’Ovest la posta in gioco politica e culturale dei giovani intellettuali dell’Est.

Mentre a Parigi, Torino, Amsterdam e Berlino si inseguiva il sogno della rivoluzione, a Varsavia e Praga si chiedevano più libertà. La richiesta libertaria, come spiega Pavel Kolár non va però affibbiata in maniera semplicistica alla Primavera di Praga, anche perché dietro al progetto riformistico vi erano diverse diramazioni politiche, economiche, concezioni culturali, progetti di democratizzazione, recepiti ad esempio in modo assai diverso dai cechi e dagli slovacchi e non sempre in una forma anticomunista. Opposizioni tra città e campagna, tra studenti e operai, caratterizzavano il ’68 jugoslavo nel suo focolaio principale, all’Università di Belgrado. Delle sue caratteristiche e dei suoi protagonisti scrive Nicole Janigro, mettendo in evidenza l’abilità politica di Tito, il quale riuscì ad assorbire il malcontento studentesco e allo stesso tempo circoscrivere e reprimere la dissidenza intellettuale belgradese. Nonostante la sua brevità, il ’68 jugoslavo si è diramato anche nelle capitali delle singole repubbliche jugoslave, a Zagabria, Lubiana, Sarajevo, Priština, mobilitando studenti e intellettuali, portando nuove mode culturali e soprattutto preparando le basi per le richieste di una maggiore autonomia nonché dando vita a quei particolarismi e nazionalismi che porteranno alla dissoluzione della Jugoslavia.

Il ’68 non va quindi valutato, come scrive Wladek Goldkorn, nella sua versione fattuale, ma da una prospettiva di lunga durata che lega gli anni ’60 con quelli ’70 e ’80, che ci permette di cogliere nel pieno il costo altissimo pagato dalla società polacca per l’espulsione dei i suoi sessantottini e una repressione caratterizzata da una campagna antisemita attuata dalla dirigenza comunista. Campagna che ha costretto all’esilio personalità come quella di Zygmunt Bauman.

La lettura delle singole testimonianze e delle stesse osservazioni di Guido Crainz e Anna Bravo risulta in alcuni passaggi perturbante e non soltanto perché fa riflettere sull’incapacità in generale della sinistra italiana e occidentale della fine degli anni ’60 di cogliere la vera essenza delle spinte democratiche nell’est europeo -

si dichiarava solidarietà per Jan Palach e allo stesso tempo si prendevano le distanze dalla politica cecoslovacca – ma anche per come ci fa vedere il radicamento dell’incomunicabilità tra l’Eropa dell’Ovest e dell’Est e la sua permanenza fino a oggi.

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