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Addio Givenchy vestì Audrey e Jackie

Il grande couturier francese si è spento a 91 anni

Se n’è andato a 91 anni il conte Hubert de Givenchy, fondatore dell’omonima maison, uno degli ultimi grandi della haute couture, non solo francese. Ne hanno dato l’annuncio la famiglia e il compagno, Philippe Venet, con cui viveva in un castello rinascimentale alle porte di Parigi. Givenchy si è spento nel sonno, sabato, e i funerali saranno in forma privata, con la richiesta di non inviare fiori ma di fare donazioni all’Unicef.

Monsier de Givenchy ha vestito alcune delle donne più famose della seconda metà dello scorso secolo, da Jacqueline Kennedy alle principesse Grace a Caroline di Monaco, da Greta Garbo a Marlene Dietrich, da Lauren Bacall a Elizabeth Taylor, Jeanne Moreau, Ingrid Bergman. Per loro è stato il couturier d’elezione, ma con Audrey Hepburn ebbe un rapporto diverso, speciale. Fin dal primo incontro, nel 1953, l’attrice, magrissima e senza curve in una schiera di fatalone e superdotate, divenne la sua musa, la sua fonte d’ispirazione, l’ambasciatrice del suo stile, sul set e nella vita privata.

Un sodalizio artistico e personale fortissimo, cominciato da un equivoco. Givenchy era convinto di ricevere nel suo atelier l’«altra» Hepburn: «Credevo fosse Katharine, di cui ero fan. Mi chiese di disegnarle il guardaroba per “Sabrina”. Io ero a metà collezione, ma le mostrai alcuni modelli che sembravano tagliati per lei» racconta a Yann-Brice Dherbier, autore della biografia dell'attrice. Per Audrey Hepburn, Givenchy crea l’abito a sacchetto, la gonna a palloncino, il mantello con il grande collo, l’abito a bustino. Il tubino nero di “Colazione da Tiffany”, che la trasforma in icona e la consegna all’immaginario collettivo.

Nato a Beauvais, nel nord della Francia, nel 1927, a diciassette anni, Hubert James Taffin de Givenchy lascia la città natale per trasferirsi a Parigi, contro la volontà della famiglia, per lavorare nella moda. Entra nell’atelier di Jacques Fath, poi, nel ’46, inizia a collaborare con Robert Piguet e poi con Elsa Schiaparelli, diventando il direttore artistico della boutique di Place Vendome.

Nel 1952, a 25 anni, Givenchy fonda la sua maison in Rue Alfred de Vigny. Nella prima collezione presenta i “Separates”, mise composte da bluse eleganti e gonne leggere che uniscono linee costruite e semplicità, il cuore del suo stile per quarant’anni. Il successo è immediato. La blusa “Bettina” dedicata alla più famosa mannequin dell'epoca, Bettina Graziani, è uno dei capi più celebrati e venduti.

L'anno successivo l'incontro con Audrey Hepburn, che Givenchy trasforma in Sabrina e poi veste in “Vacanze Romane” di William Wyler (1953), “Cenerentola a Parigi” di Stanley Donen (’57), “Colazione da Tiffany” di Blake Edwards (’61), “Sciarada” di Stanley Donen (’63) “Come rubare un milione di dollari e vivere felici” ancora di Wyler (’66). Audrey è anche testimonial del suo primo profumo, L'Interdit, dedicato proprio a lei.

Come suo grande maestro, Givenchy riconosceva Cristobal Balenciaga: «Da lui ho imparato che non bisogna mai barare, nè nella vita, nè nel lavoro. Lui e Vionnet per me sono stati i maestri più innovativi». Quando Balenciaga muore, nel 1968, ne eredita le clienti: Lauren Bacall, Grace di Monaco, Jackie, la Duchessa di Windsor.

Affascinante, defilato, elegantissimo, Givenchy vende il suo marchio nell’88 al gruppo Lvmh per 45 milioni di dollari e ne rimane direttore creativo fino al ’95, quando si ritira. Il suo testimone alla guida della maison sarà raccolto da Galliano, McQueen, Julien McDonald, Ozwald Boateng, Riccardo Tisci e l’attuale direttore, Clare Waight Keller. «Fin dalla mia infanzia sono stato sedotto dalla moda» diceva nel

’91, in occasione della retrospettiva dedicatagli dal Palais Galliera di Parigi. «Il mio lavoro è stato la mia vita. È il più bel lavoro che potessi fare. Ecco perchè l’ho adorato così tanto. Ecco perchè l’ho scelto. Non smetterò mai di amarlo, mai».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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