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Quella violenza tra coetanei metafora del mondo che cambia

Esce oggi “Bestia da latte”, sesto romanzo del pordenonese Gian Mario Villalta

La storia, l’abbandono, la paura e la risalita. Sono sommariamente i temi che ruotano intorno alla scrittura di Gian Mario Villalta, poeta innanzitutto, Premio Viareggio 2011 con un’opera in versi, ma con alle spalle anche cinque romanzi. Il sesto è in libreria da oggi: “Bestia da latte” (Sem Edizioni, pagg. 150, euro 16,00), un titolo indubbiamente accattivante, non privo di una chiara metafora, evidenziata nel corso della storia perché, appunto, la “bestia da latte” si contrappone a quell’ ...

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La storia, l’abbandono, la paura e la risalita. Sono sommariamente i temi che ruotano intorno alla scrittura di Gian Mario Villalta, poeta innanzitutto, Premio Viareggio 2011 con un’opera in versi, ma con alle spalle anche cinque romanzi. Il sesto è in libreria da oggi: “Bestia da latte” (Sem Edizioni, pagg. 150, euro 16,00), un titolo indubbiamente accattivante, non privo di una chiara metafora, evidenziata nel corso della storia perché, appunto, la “bestia da latte” si contrappone a quell’altra, alla “bestia da carne”. Siamo in un nord est post bellico, su per giù alla fine degli anni ’50 che affonderanno poi nei ’60. Il periodo del miracolo economico, più lento e passivo nei paesi dove vive il protagonista, figlio di un mondo rurale quando campi, casa e stalla erano il fulcro di una vita. Ma anche dove stavano avvenendo trasformazioni importanti, cambiamenti che hanno disorientato abitudini e stereotipi. La storia con la S maiuscola però, a differenza di altri libri dell’autore (“Tuo figlio”, per esempio) entra attraverso un mondo ordinario, domestico, un mondo fatto di costumi e routine famigliari che tutti conosciamo attraverso le narrazioni dei nonni. È una storia più “sociale”, anche se i temi di Villalta rimangono gli stessi: in prima fila l’abbandono. Abbandono come tradimento quando una madre, un padre, chi ci vive accanto insomma, consciamente o meno non è in grado di capirci. E qui entra un nuovo argomento – l’abuso su minori – che potrebbe scivolare su terreni ardui, a rischio di retorica. Ma Villalta viene dalla poesia, è avvantaggiato nella destrutturazione dei luoghi comuni.

Per cui quello che è il fil rouge della storia, la violenza appunto, non è inquinata da alcun impatto ampolloso. Anzi. Anche perché avviene tra quasi coetanei, non per questo meno crudele, e non senza richiamare il pensiero che chi di solito la violenza la pratica, l’ha prima subita. Il “violento”, in questo caso, è il cugino Giuseppe, reduce da una famiglia che non esiste, con una madre che vede forse una volta l’anno, troppo impegnata a girare il mondo con uomini sempre nuovi. Giuseppe sarà quindi allevato dagli zii, cioè dai genitori del piccolo protagonista. Di capitolo in capitolo assistiamo al legame di questi due cugini, connessi da un rapporto aggressivo, dove è Giuseppe a dettare il tempo e le torture, sempre più crudeli e pericolose e dove i famigliari paiono non accorgersi di nulla.

Ma attenzione, Villalta non ha nessuna intenzione di propinarci la solita storia di buoni e cattivi, certo siamo costantemente dalla parte del narratore, ma in modo più articolato, più complesso. L’autore ci fa vedere non solo le colpe, piuttosto sposta continuamente la prospettiva di chi abusa e di chi è abusato. Ed è il merito di questo libro, la profondità psicologica e un realismo talmente potente da arrivare alle radici di un’identità, di chi in fondo, pur essendo una vittima, vuole porsi domande precise: come era possibile evitarlo? Perché è avvenuto? Potevano realmente accorgersi le persone più vicine di quello che stava accadendo? E se potevano perché l’hanno ignorato? Non ci sono risposte definitive, ma nulla viene liquidato con una morale spicciola di buoni sentimenti. Per farlo Villalta immerge il racconto nella storia specifica di un’epoca. La storia di chi ha subito lo scarto di quel periodo, di chi è ancora legato al vecchio mondo e ha quindi un codice comune e chi invece – come il protagonista – fa già parte di quello nuovo.

E i due mondi a confronto sono molto chiari: quello più greve, contadino, fatto di cose pratiche, di cicli di vita dettati dalle stagioni, di “violenza necessaria” sulle bestie, di dettagli legati alla sopravvivenza di sé e della terra, ben lontano da quei bambini cresciuti negli anni ’60 che per volere della famiglia saranno i primi di un’intera generazione a prendersi una laurea. Uno scarto di lingua e costumi abissali, per caderci dentro bastava una distanza di pochi anni, bastava essere nati cinque anni prima del protagonista per detenere quei codici che il narratore non ha, per essere o una “bestia da carne” che per forza aderisce alla vita in modo frontale, in “natura” appunto, o essere una “bestia da latte”, destinata a più pazienza e repressione nei confronti di ciò che chiamiamo istinti vitali. E Giuseppe, “bestia da carne”, ha tutti gli strumenti per aderire in modo violento alla vita, per abusare senza scrupoli del cugino, con tutta evidenza “bestia da latte”, vittima (anche) di un mondo vecchio che non accetta il nuovo. Certo non è una giustificazione all’abuso, ma è indubbiamente una prospettiva ulteriore a due modi di essere e di fare che hanno segnato un’epoca. La forza del romanzo sta proprio qui, nel dinamismo e nella profondità psicologica, non solo dei due protagonisti, ma di tutti i soggetti della trama. E ogni soggetto traduce una consuetudine radicata che sente tutta la minaccia dello sradicamento. La paura, appunto, non si allunga solo sul narratore. Si allunga sulla storia, sulla gente. Sempre, le innovazioni, portano con sé delle vittime. Poi il tempo procede, le trasformazioni pure, tuttavia qualcosa rimane uguale per chi, come il narratore ormai adulto, ha mantenuto quel trauma aperto, risolto forse ma non rimosso: la paura di non capire il proprio figlio, così come i suoi genitori non avevano capito lui. Ognuno ha vissuto dei piccoli o grandi traumi nell’infanzia, ognuno, in qualche misura, ha sentito di vivere un tradimento, un abbandono, forse perché, come si legge: «nel mondo dei bambini gli adulti non possono mai davvero entrare? È vero che neppure noi stessi, una volta diventati adulti, possiamo rientrare nella vita di quando eravamo bambini». Geografie del tempo e identitarie, tese a restituire una storia per chi non ha mai accettato il fluire delle cose senza trovarne un significato, soprattutto per chi ha memoria di un’infanzia da “anni in tasca”, incapace di difendersi. E la lingua, sempre scarna ma non frettolosa e neutrale, non rinuncia a un discorso aperto, specialmente verso il passato, che mai declina in risoluzione, appianamento, se è vero che i ricordi in noi non sono altri tempi, ma solo altri spazi meno chiari dove la tentazione, per usare un verso dell’autore, è quella di vedere al buio.

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