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Nel “Nome di donna” Anita Kravos contro le molestie sul lavoro

Esce oggi il film di Marco Tullio Giordana con Cristiana Capotondi, Adriana Asti, Bebo Storti. Nel cast un altro triestino, Renato Sarti

Esce oggi, in occasione della Festa della Donna, il nuovo film di Marco Tullio Giordana “Nome di donna”, un vero e proprio manifesto contro le molestie sessuali sul lavoro di cui finalmente si dibatte dopo l’esplosione del caso Weinstein. Un progetto che il regista de “I cento passi” e “La meglio gioventù” ha abbracciato due anni fa, quando ancora l’argomento non era ancora all’attenzione dei media di tutto il mondo, confermando il suo interesse per temi “scomodi” che riguardano la società civile. «Non è che il problema non esistesse - afferma Giordana - ma non era sugli scudi come oggi. Non volevo fare un film di denuncia militante, ma solo raccontare un personaggio femminile coraggioso e di ciò che succede intorno a lei».

La storia è quella di Nina (Cristiana Capotondi), ragazza madre che da Milano si trasferisce in un piccolo paese lombardo dove trova lavoro in una residenza per anziani facoltosi. Assunta con un contratto a tempo determinato, il cui rinnovo è subordinato alla passiva accettazione di “attenzioni speciali” da parte del dirigente della struttura.

Nel cast, assieme a Capotondi, Valerio Binasco, Bebo Storti, Michela Cescon, Adriana Asti, ci sono anche due triestini: Renato Sarti e Anita Kravos, che qui interpreta Alina, una ragazza dell’Est collega di Nina, che prima di lei, come molte altre, è stata costretta a subire le medesime pressanti e moleste “avances”.

«In “Nome di donna” – racconta Kravos – è rappresentato un caleidoscopio di voci femminili, vi sono i molteplici punti di vista di una possibile esperienza di molestia o di violenza. Grazie a questo film si è dato voce a donne che spesso voce non hanno. Prendi il mio personaggio, Alina, che viene da un mondo di violenze eppure minimizza ciò che ha subito, ne sottovaluta la drammaticità. Nel coro di voci femminili che circondano il personaggio di Nina, Alina è forse quello più ambiguo. Non si capisce, in un primo momento, se le è amica o se le è ostile. In realtà Alina ha subito le stesse molestie e anche di più. Le è toccato attraversare l’inferno delle violenze domestiche, eppure sembra accettarle passivamente, subirle, come se questa fosse una condizione naturale».

Un altro aspetto cruciale che viene toccato è quello dell’assenza di solidarietà tra donne, omertose, spesso divise, se non addirittura ostili le une con le altre. «La protagonista è avvolta da una solitudine angosciante - prosegue l’attrice -. Le altre donne le si mettono perfino contro». Capita, infatti, che chi trova il coraggio di denunciare gli abusi subiti si trovi poi ad essere giudicata. Una violenza sulla violenza. «È per questo che molte donne attendono tanto tempo prima di riuscire a parlarne. C’è chi questo peso se lo porta dentro per sempre. Perché non di rado si finisce per trovarsi il dito puntato contro da quelli che ti accusano di “essertela andate a cercare”, passando da vittima a colpevole». Una rivoluzione è possibile? «L’aver realizzato questo film, è già un passo avanti».

Anita

Kravos sarà a Trieste da lunedì prossimo per le successive due settimane, impegnata sul set del film di Katja Kolja “Come cadono le cose”, dove sarà la figlia della coppia di protagonisti interpretati da Lunetta Savino e Boris Cavazza.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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