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“Il cipiglio del gufo” che ci opprime

Nell’ultimo romanzo di Tiziano Scarpa avventure surreali nella Venezia di oggi

«Che ne sarà di voi, delle parole che ho scritto in queste pagine, quando io non ci sarò più? Quando la mia mente svanirà, volevo dire. Non voglio farvi significare troppe cose, più di quelle che voglio dire; ma sarà inevitabile, è sempre inevitabile con voi». Chi parla, anzi chi scrive, è Nereo Rossi, famoso radiotelecronista, che è malato, e sta per perdere l’uso della parola. Allora si affida a un diario dove annota ogni istante della sua esistenza prima che tutto svanisca, mentre un sollecito editor gli sta alle costole per scrivere la sua biografia. Anche Adriano Cazzavillan, professore di liceo, si affida alle parole per dare una svolta alla propria vita: vuole diventare un famoso romanziere, vuole realizzare il capolavoro che la renderà ricco e un superuomo agli occhi di sua moglie e dei suoi figli. Poi c’è Carletto Zen, un trentenne tuttofare, che è stato risucchiato dal «Gorgo», come lo chiama, l'attività economica dominante nella città in cui abita, il turismo. Carletto accompagna gli stranieri nei bed&breakfast, fa le pulizie, e intanto cova desideri di rivalsa: circuire e approfittare di ricche vedove bisognose di compagnia. Perché Carletto ha una dote nascosta che lo ha reso leggendario tra le donne che lo hanno conosciuto e frequentato, donne che però non si innamorano mai di lui, mentre l’unica cosa che Carletto vorrebbe è essere amato per quello che è. Ma non ha parole per dirlo, solo quella sua nascosta qualità che lo danna e lo salva. Siamo a Venezia, ai nostri giorni. Nereo Rossi, Adriano Cazzavillan e Carletto Zen sono tre personaggi che hanno trovato l’autore, Tiziano Scarpa, scrittore che nel suo ultimo romanzo “Il cipiglio del gufo” (Einaudi, pagg. 379, Euro 21,00), muove i protagonisti di tre tenere e strampalate vicende come marionette in un teatrino. Anzi, come maschere di un teatro che evoca figure goldoniane, ora comiche ora surreali in un intreccio che segue tre età della vita: il vecchio, l’uomo maturo e il giovane. Tutti e tre alle prese con un momento cruciale della vita, tutti e tre, in qualche modo, alle prese con le parole. Perché al di là delle avventure dei tre uomini - le cui storie le seguiamo in parallelo e in alternanza - questo è un romanzo che ruota intorno alle metafore legate alle parole. E della decadenza dell’Occidente. In uno dei suoi grotteschi tentativi di sedurre anziane facoltose, Carletto Zen si ritrova in vestaglia assieme a una «ricca vecchietta golosa», e svela tutto il significato di quel momento: «Si domandò se quella situazione (...) era semplicemente una tappa nell’attuazione dei suoi piani, o se loro due non fossero piuttosto un sintomo della città in cui vivevano, un eczema sulla pelle di Venezia; dell’esausta Europa; una dichiarazione di bancarotta dell’Occidente». È questa la Venezia in cui agiscono i tre personaggi del romanzo e i loro comprimari: in una città ormai priva di senso, invasa dai turisti che la riempiono ma la svuotano, trovare una direzione e un valore nella vita diventa un’avventura surreale, o irreale. Come nel caso di Cazzavillan, l’aspirante scrittore, che per salvare suo figlio adolescente diventato un “hikikomori” (i ragazzi che si chiudono in camera loro senza più uscire, isolati dal mondo e in contatto solo con mondi virtuali) dovrà vestire i panni del proprio avatar e calarsi nell’universo artificioso dei videogiochi, dove tutto è fatto di nulla, le immagini sembrano essere tridimensionali, appaiono “reali”, ma di reale non c’è nulla se non una illusoria percezione. E se dunque è questo il mondo che abitiamo, soprattutto in Occidente, allora non resta che affidarsi alle parole, chiedere alle parole di rinnovare un senso che sembra perduto. Ma anche questa è solo un’illusione, perché le parole, come sa ogni scrittore, rappresentano una salvezza altrettanto fittizia. Soprattutto nei personaggi di Nereo Rossi e di Cazzavillan, Scarpa torna a interrogarsi su un’idea di letteratura salvifica e allo stesso tempo inutile, un tentativo di lottare con la coscienza, rappresentata dal gufo che tutto osserva con il suo cupo cipiglio. E alle maschere di questa tragicommedia non resta che ruotare intorno a se stessi, come fa Nereo Rossi parlando con la

sua fida penna: «Questo sei tu, mi dice la mia penna, anche quando scrivo qualsiasi altra cosa, qualsiasi altra parola; anche adesso: questo sei tu, ricordatelo sempre, questo sei e soltanto sarai, servo di scena, parolaio prezzolato, poeta di corte».

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