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Diritti, inclusione sociale e ambiente Quanto va a rilento l’economia civile

L’economia mondiale s’è rimessa in moto. Il Pil (la ricchezza prodotta nei vari Paesi in beni e servizi) cresce un po’ dovunque, pure in Italia (anche se dell’1,5%, meno che nel resto d’Europa, la...

L’economia mondiale s’è rimessa in moto. Il Pil (la ricchezza prodotta nei vari Paesi in beni e servizi) cresce un po’ dovunque, pure in Italia (anche se dell’1,5%, meno che nel resto d’Europa, la metà del 2,9% della Germania). Eppure è difficile parlare di una vera e propria “uscita dalla crisi”. Permangono gravi diseguaglianze che frenano uno sviluppo più equilibrato e sostenibile. E si va a rilento sulla strada d’una “economia civile” attenta ai diritti delle persone, all’inclusione sociale e all’ambiente. Molti sprechi, poche riforme.

Guardando innanzitutto al nostro Paese, si parla pochissimo di debito pubblico, un macigno che frena i nuovi investimenti ma oscura anche il futuro delle nuove generazioni. Il tema è caro a Carlo Cottarelli, economista di rilievo internazionale, una lunga carriera al Fondo monetario internazionale e la responsabilità (dal 2013 al 2014) di commissario per la revisione della spesa pubblica: ha costituito un “Osservatorio” all’Università Cattolica di Milano e ha appena pubblicato “I sette peccati capitali dell’economia italiana” (Feltrinelli, pagg. 176, euro 15,00): evasione fiscale, corruzione, eccesso di burocrazia, lentezza della giustizia, crollo demografico, divario tra Nord e Sud, difficoltà a convivere con l’euro. Sono frutto di scarso senso del bene comune, di egoismi di territorio, famiglia, censo e corporazione, non producono buon capitale sociale indispensabile per lo sviluppo. Mali di antiche radici politiche e sociali. Ma anche tendenze ancora attuali al malgoverno e allo spreco, eliminabili con serie scelte riformatrici. Ci sono tendenze di crescita interessanti, da parte dell’industria innovativa, pure nel Mezzogiorno. E si può fare molto di più.

Cosa? Lo racconta Enrico Giovannini in “L’utopia sostenibile” (Laterza, pagg. 176, euro 12,00). Economista all’Ocse, ex presidente dell’Istat ed ex ministro del Lavoro, adesso presiede l’Asvis (l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, frutto della collaborazione tra autorevoli istituzioni e fondazioni d’impresa). E scrive che bisogna investire su ambiente, salute, istruzione, acqua ed energie rinnovabili e su infrastrutture, materiali e digitali, in grado di ridurre fame, povertà, emarginazione sociale. E conflitti (abbattendo così anche i flussi di migrazione che tanto preoccupano l’Europa). Sono gli “obiettivi di sviluppo sostenibile” indicati dall’Onu, una strategia per vivere tutti meglio.

È necessario “Invertire la rotta”, come suggerisce il titolo dell’ultimo libro di Joseph E. Stiglitz, professore alla Columbia University e premio Nobel per l’economia 2001, pubblicato da Laterza (pagg. 85, euro 8,00) su “disuguaglianza e crescita economica”. Stiglitz sostiene ancora una volta che proprio gli squilibri sociali scatenano le crisi economiche e ostacolano lo sviluppo e dunque insiste sulla necessità di politiche economiche per “maggiori investimenti pubblici”, d’una “migliore governance aziendale” e di “leggi antitrust e antidiscriminazioni”, di “un sistema finanziario più regolamentato”, di un “rafforzamento dei diritti dei lavoratori”, di “sistemi di tassazione e trasferimenti più progressivi”. Insomma, “riscrivendo le regole che disciplinano l’economia di mercato secondo queste esigenze potremo ottenere una maggiore uguaglianza nella distribuzione del reddito sia prima che dopo le tasse e i trasferimenti e di conseguenze risultati economici migliori”.

Nella riflessione critica sull’economia un posto speciale va riservato a Richard H. Thaler, premio Nobel 2017. Lo confermano le pagine di “Misbehaving” ovvero “La nascita dell’economia comportamentale” (Einaudi, pagg. 488, euro 22,00). “Misbehaving” vuol dire, letteralmente, comportarsi in modo anomalo. E cioè muoversi fuori dagli schemi razionali che l’homo aeconomicus dovrebbe seguire, per decidere un investimento, contrarre un mutuo, scegliere cosa consumare, assecondare i propri interessi. Lo fanno in tanti, seguendo l’istinto peggiore, ripetendo errori, scatenando crisi. Bisogna allora cercare di capire meglio le fondamenta della behavioral economics, l’economia comportamentale (analizzata anni fa anche da Daniel Kahneman, anche lui Nobel) e provare a convincere banchieri ed economisti, risparmiatori e consumatori a mettere in atto comportamenti virtuosi (pagare le tasse, per esempio) nel nome di reali interessi comuni.

Evitare per esempio di scaricare il peso del proprio benessere attuale sulle nuove generazioni (facendo crescere il debito pubblico). Non affidarsi a spericolate operazioni finanziarie che distruggono ricchezza e lavoro. Non cedere a egoismi di tutela di privilegi se si distruggono ambiente ed equilibri sociali. Ci sono, spiega Thaler, con grande ricchezza di aneddoti e storie, “spinte gentili” che possono indirizzare l’opinione pubblica verso comportamenti non irrazionali e invece virtuosi. E riforme da fare diventare popolari, per tenere insieme progresso tecnologico e qualità della vita per

il maggior numero di persone. Scelte indispensabili, da consigliare a chi governa, ma anche a chi guida le imprese, per creare proprio nei luoghi di lavoro la consapevolezza dell’importanza di scelte responsabili. Ne va d’un migliore futuro.

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