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Napoleone a Trieste passeggiava torvo e con “facia terranca”

Sergio Zorzon pubblica la trascrizione di un diario anonimo sull’arrivo dei francesi in città nel 1797

«Sono contento e siete bravi altrimenti avevo già divisato all’avvicinamento delle mie truppe di fare della città di Trieste un grumo di sassi». Un magnanimo Napoleone risponde così ai preoccupati emissari triestini giunti al quartier generale francese, a Gorizia. Avevano con sé l’editto, fresco di stampa, col quale l’amministrazione triestina, per evitare guai, imponeva ai cittadini, pena la morte, di non essere ostili ai francesi in arrivo. C’era sentore che il governo rivoluzionario volesse la distruzione del porto Trieste, centro strategico per Vienna. Ma Napoleone non ascoltò gli ordini di Parigi e si accontentò, da uomo pratico, di un contributo di tre milioni di lire tornesi, utili per continuare la sua campagna militare.

Le parole del futuro imperatore sono state raccolte da un ignoto cronista e annotate su un piccolo taccuino manoscritto. Di dimensioni ridotte, dodici centimetri per nove, per novantacinque pagine cucite assieme, questo taccuino racconta in presa diretta i giorni dei “I Francesi a Trieste nel 1797” (pagg. 153, euro 20). Rimasto inedito fino a oggi, il taccuino manoscritto fu acquisito molti anni fa da Sergio Zorzon, che lo ebbe da Cesare Pagnini, storico, bibliofilo e podestà di Trieste tra il 1943 e il ’45. Zorzon ne ha ora curato la trascrizione e la redazione del ricco apparato di note, e affidato la pubblicazione alla Libreria editrice internazionale Italo Svevo insieme con l’Irci, che lo ha acquisito nel suo patrimonio. Non si sa chi abbia redatto quel diario, ma probabilmente furono più mani, visto che i fogli sono vergati con grafie diverse, mentre la scarsa conoscenza della città che traspare dai resoconti fa supporre che gli autori non fossero triestini. L’immagine di Trieste che ne esce è vivace e fresca e la barriera linguistica che separa il lettore di oggi da quello di fine Settecento è facilmente valicabile. Le prime notazioni risalgono al 18 marzo, quando si sparge la notizia che i francesi hanno conquistato Palmanova, e raccontano di una città dove chi può cerca di mettere in salvo gli averi.

«Li abitanti, in parte spaventati, si principiarono a fare bauli, fagoti e tutto ciò che potevano acumulare delle robbe, più valuta. Per la città non si vedea altro che carri carichi di robbe di popolo, ed in specie mercanzie de mercanti imbarcavano per tutto le parti per mare, per Capodistria, Pirano, Muggia, Rovigno, Venezia, Fiume». L’arrivo dell’esercito rivoluzionario getta nel panico una Trieste fino a quel momento tranquilla, che stava appena cominciando a godere dei frutti del Porto Franco. Ma i francesi, arrivati in città, rassicurano sulle loro intenzioni, come si legge in un avviso del 25 marzo: «I Francesi sono dipinti come uomini feroci e sanguinari, e nemici della religione. Vi hanno ingannato. Anzi, sono vostri amici e vi garantiscono le vostre proprietà». Un mese più tardi, il 29 aprile, alle sei di mattina, si legge nel diario, finalmente Napoleone arriva in città, scortato da ottanta «soldati di cavalleri con sabula nuda alla mano». Nel pomeriggio il generale fa una passeggiata, «con seguito di una quantità di popolo» fino al Lazzaretto. Così viene descritto: «La sua statura è piccola ma tressata, la facia piuttosto terranca, un guardar di sopiato, d’aria malinconica, pensieroso e malcontento».

Il giorno dopo Napoleone riparte per Palmanova, ma la città è insofferente: «Comparsero 400 granatieri francesi con un seguito dal popolo malcontento di queste venute». Viene disposto il coprifuoco e il reporter scende nelle strade vuote, «senza una persona viva» e trova porte sprangate e botteghe chiuse. Allora annota amaramente, pensando al commercio messo a repentaglio dalla guerra: «A che condizione è arrivato il Porto Franco che è decantato in tutto il mondo». Ma a Campoformido viene firmata la pace e Trieste torna all’Austria. Sollievo e tripudio animano le ultime pagine, quando i francesi lasciano la città: «Fu portata sul pergolo dell’Osteria Granda con un infinito Viva e Viva la bandiera superbamente ricamata in oro e da tutte le parti si comincia a travagliare per l’illuminazione così destinata per la entrata delle Truppe Imperiale,

e per la Città ritornata al suo primo Sovrano».

L’occupazione francese, durata due mesi, è terminata. Ne seguirà una seconda, questa sì cruenta, e infine una terza, la più lunga, che terminerà assieme al declino e alla sconfitta di Napoleone.

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