Quotidiani locali

«La mafia dopo le stragi è tornata alle origini Difficile riconoscerla»

Assieme a magistrati e colleghi, il giornalista Attilio Bolzoni nel nuovo volume s’interroga su come è cambiata dal 1992

«Ci è stata consegnata una verità che è tanta ma non è abbastanza». Un vecchio guerriero della carta stampata come Attilio Bolzoni, giornalista di Repubblica, saggista e grande esperto di mafie, non si accontenta. Non abbassa la guardia, non arretra neanche di un millimetro anche se del nemico di un tempo non c’è più traccia. Sparito, estinto, evaporato poco dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. Bolzoni continua a combattere con le sue armi: servizi, inchieste, libri, blog. Negli anni macchiati di sangue andava all’attacco con una fionda, senza paura, contro chi crivellava a colpi di Kalashnikov il generale Dalla Chiesa. Adesso a Bolzoni poco gli importa se l’amica fotografa Letizia Battaglia protesta perché non riesce più a fotografare la mafia. Bolzoni tira dritto e manda l’ennesimo avviso ai naviganti sotto forma di un nuovo libro “La mafia dopo le stragi” (Melampo editore 176 pagine, 10 euro). Un invito a una profonda riflessione sulla metamorfosi di un’organizzazione criminale, una fabbrica del terrore di oltre 5 mila morti che ora sembra dismessa. Un volumetto corale a 37 voci che è una sorta di collana-antologia (la prima di una serie di otto quaderni) realizzata in occasione dei 25 anni dalla morte dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Da gennaio 2017 ha aperto il blog Mafie su Repubblica.it, una tribuna creata per ospitare interventi, opinioni e informazioni. L’impianto del libro è costituito da questa serie di contributi forniti da magistrati, giornalisti, politici ed esponenti della società civile.

Bolzoni, ma dove si nasconde adesso Cosa Nostra a più di 25 anni dalle stragi di Falcone e Borsellino?

«Più che nascondersi la mafia ha ritrovato le sue origini antiche. E non spara più. Dopo la sanguinaria parentesi dei corleonesi, una vera anomalia, è tornata a essere quell’organizzazione consociativa che si mimetizza tra la gente. Non crea più allarme sociale. Ha un vestito diverso. È una mafia molto profumata e ben pettinata, politicamente corretta. Nulla di nuovo, se non che è finito quel delirio di onnipotenza di Totò Riina che è costato 1700 morti».

Allora il nemico è vinto, battuto?

«I corleonesi sono tutti rinchiusi nelle segrete del 41 bis marchiati come cavalli per sette generazioni. Quando è morto Riina Cosa nostra ha brindato, si è liberata di un peso. Si è chiusa un’epoca. Aveva trasformato l’organizzazione criminale più potente del mondo occidentale in un nemico dello Stato. Le stragi sono state un grosso errore strategico e hanno scatenato una dura repressione».

Resta però da catturare ancora Matteo Messina Denaro...

«È più che altro indicato dai media come successore di Riina, in realtà è da anni un uomo che scappa e che si fa gli affari suoi. È latitante dal ’93 e rappresenta solo un pezzo di Cosa Nostra».

Chi allora potrebbe prendere con il tempo il comando di Cosa Nostra? Forse quei mafiosi di ritorno, i cosiddetti scappati che stanno rientrando dagli Stati Uniti...

«Questo non lo so. Quelli che rientrano sono figli dell’aristocrazia mafiosa. Hanno il grande vantaggio che a loro non sono stati sequestrati gli ingenti patrimoni che si sono fatti con la droga. Ma più che ritrovare un capo Cosa Nostra deve ritrovare se stessa, la sua anima».

Siamo allora di fronte a una mafia tornata alle origini ma comunque in via di trasformazione, infiltrata nell’alta finanza, nei cda di grandi società. È così difficile seguire la sua metamorfosi?

«I problemi sono i poteri legali che si muovono in maniera illegale come dimostra l’inchiesta su Mafia Capitale. Non è facile seguire e decifrare le tracce delle mafie. Prendiamo la ’ndrangheta, l’organizzazione più ricca, ha ormai ramificazioni in tutti i continenti e in mezza Europa. Sapete come li contano i soldi? Son così tanti che li pesano su grandi bilance».

Come si vive adesso a Palermo?

«Si vive molto bene la città è rinata dopo un cammino doloroso e faticoso. Le ferite lasciate dalle stragi hanno creato una nuova consapevolezza. In Sicilia c’è stata una vera guerra che lo Stato non ha mai riconosciuto».

Restando a quel nefasto ’92 delle stragi, scrivi che ci è stata consegnata una verità ma con dei pezzi mancanti. Chi è riuscito a sparire dalla scena appena in tempo?

«Mancano i mandanti altri delle stragi. I magistrati hanno fatto un grande lavoro ma Riina non poteva agire da solo. A Capaci c’era uno scenario di guerra, è stata una vera azione militare di cui conosciamo solo i nomi degli esecutori. C’è stata una convergenza di interessi tra mafia e politica che le indagini non hanno scoperto, si sono solo avvicinate alla verità».

Il pentito Giovanni Brusca sostiene che la strage in cui è morto Giovanni Falcone è servita anche per ostacolare l’elezione di Giulio Andreotti a presidente della Repubblica. Sta in piedi questa tesi?

«Più che di Brusca è un’ipotesi investigativa dei magistrati di Palermo. In realtà lo stop ad Andreotti arriva due mesi prima di Capaci con l’uccisione di Salvo Lima accusato di essere un traditore, non essendo riuscito a garantire l’esito che Cosa Nostra si aspettava dal maxiprocesso. Quindi il segnale ad Andreotti è arrivato prima delle uccisioni di Falcone e Borsellino. Anzi la prima strage ha avuto un effetto stabilizzante, viene subito eletto Oscar Luigi Scalfaro. È la seconda strage, quella di via D’Amelio, che è destabilizzante e devastante perchè avvenuta a poca distanza della prima».

Trattativa Stato-mafia: anche qui sono rimasti molti buchi neri malgrado un’inchiesta, un processo, delle condanne.

«In effetti è così, il processo ha fatto affiorare scenari inquietanti ma non è stato possibile andare fino in fondo. Su questa questione ho ricevuto una raffica di querele ma le ho vinte tutte».

In Fvg, in occasione dell’apertura dell’Anno giudiziario il procuratore generale Dario Grohmann ha detto che sul territorio la criminalità organizzata è diventata più audace...

«Nessuna regione ne è immune. Di solito si parla di infiltrazione mafiosa ma a me questa definizione non convince. Se tu mi apri la porta sorridente e mi dai anche il benvenuto che infiltrazione è? In Emilia la camorra è stata ben accolta e così in altre regioni. In Friuli Venezia Giulia è stata provata la presenza di alcune famiglie mafiose e poi c’è il cantiere di Monfalcone...»

Tocchiamo un altro tasto dolente. Parliamo di legalità, ma di una legalità controversa. L’Antimafia sembra un mezzo per accaparrasi poltrone. Aveva ragione Sciascia a tuonare contro i professionisti dell'Antimafia....

«Contro la mia cultura ho dedicato sessanta interventi a questo problema. In Sicilia esiste la figura del mafioso antimafioso. In nome dell’Antimafia molti occupano spazi e tante poltrone. Ma l’antimafia sociale è in crisi, ha anche ottenuto troppi finanziamenti. Torniamo all’Antimafia con i piedi scalzi».

Ma una vita dedicata a scrivere di mafia e dei suoi crimini quali rischi comporta per un giornalista?

«I rischi non sono pochi, molte volte nel passato le minacce si materializzavano nel sorriso di un avvocato di qualche imputato. È raggelante. A Palermo, a volte, provavi una paura vera, respiravi un’aria cupa. Quando ti occupi di sistemi criminali temi di rimanere isolato».

Quanto ha condizionato la tua vita privata questo modo di interpretare il mestiere, sempre in prima linea?

«Eh, abbastanza. Se fai questo lavoro ci devi dedicare molto molto tempo, influisce soprattutto sullo stato d’animo, ti incupisce. Ho un figlio laureato in biotecnologia. Preferivo saperlo in India o in Romania a studiare semi e alghe, perché così era molto lontano da Palermo».

Se poi uno vive vicino alla tana del lupo in quartieri dove le cosche la fanno da padrone, bisogna sempre guardarsi alle spalle...

«Abitavo in una borgata di mafia, ad Acquasanta. In tempo di pace potevi lasciare la macchina aperta e nessuno ti rubava niente. Diventi un pericolo se invece mandi all’aria i loro affari. C’è un aneddoto che la dice lunga sul posto. Nel ’94 il mio collega Giuseppe D’Avanzo intervista un importante pentito che era in America. Proprio il giorno in cui viene pubblicata ammazzano il nipote del pentito. Mi chiama il direttore Eugenio Scalfari chiedendomi di fare una intervista al pentito. Mi consulto con Beppe e dico al direttore che non possiamo farla perché in questo modo tutti avrebbero saputo che eravamo in grado di rintracciarlo in poche ore. Scalfari alla fine non insiste. Siccome noi giornalisti siamo dei romantici cani arrabbiati l’intervista l’abbiamo fatta lo stesso. Il giorno dopo quando sono sceso sotto casa mi ha fermato un corniciaio che non mi aveva mai rivolto prima la parola per dirmi: “Quando lo intervistiamo la prossima volta il pentito?”. Sono diventato viola e mi sono diventati i capelli dritti. Questa è Acquasanta».

Ma chi combatte la mafia sulla carta stampata può finire anche in galera per otto giorni...

«La vera ragione del mio arresto e del mio collega Saverio Lodato dell’Unità risale alla pubblicazione del diario segreto del sindaco dc di Palermo Giuseppe Insalaco, ucciso due mesi prima da Cosa Nostra. Pubblichiamo a puntate quel memoriale, una sorta di lista dei buoni e dei cattivi. In città scoppia il caos, c’erano tanti nomi e riceviamo una comunicazione giudiziaria per violazione del segreto istruttorio. Passano altri due mesi e io e Lodato pubblichiamo le carte segrete dell’interrogatorio del pentito Antonino Calderone. Ma i nostri servizi non hanno fatto scappare neanche un ladro di galline, tuttavia tirava una brutta aria, temevamo qualche colpo basso e difatti non dormivo più a casa. Piombarono a casa mia e in tutte le abitazioni dei miei parenti. Solo dopo aver consegnato l’ultimo articolo ci siamo costituiti, su di noi pendeva un ordine di cattura. Ci rinchiusero nel carcere di massima sicurezza di Termini Imerese. Per non metterci in mezzo agli altri reclusi ci sistemarono in un’ala in disuso con le sbarre ma con le finestre

rotte. Faceva un gran freddo».

Vero giornalista d’assalto...

«Per carità, odio queste etichette come quella di giornalista di inchiesta. E poi cosa vuol dire? Mi accontento di essere un giornalista che fa bene il suo mestiere».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

TrovaRistorante

a Trieste Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGI E TESI DI LAUREA

Pubblica il tuo libro