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Haber porta in scena un malato di Alzheimer

Da oggi al Rossetti l’attore con Lucrezia Lante della Rovere ne “Il padre” di Florian Zeller, un testo empatico sulla malattia

«Nella mia carriera ho dato vita a personaggi complicati. Ma come questo mai. Andrea è una figura inafferrabile: i ricordi della sua vita, tutto ciò che ha fatto, tutto ciò che ha conosciuto, amato, e il suo stesso presente sfumano nel vuoto, evaporano, dispersi». Alessandro Haber è protagonista in "Il padre", lo spettacolo che da questa sera (alle 20.30) va in scena al Rossetti. Un testo contemporaneo che del vivere odierno illumina il versante della malattia. Uno sguardo partecipe, discreto. Una foto scattata con empatia su quel processo degenerativo che tutti temiamo. E che tutti ci augureremmo di tener lontano.

Perché l'Alzheimer non è solo malattia. È uno scalpello che giorno per giorno, mese per mese, incide sul cervello, sull'identità, sull'io. E scioglie tutti i fili che ci tengono legati agli altri, a chi conosciamo, a chi amiamo, ai nostri famigliari. Un acido inesorabile.

Florian Zeller, classe 1979, è uno scrittore francese conosciuto per come sa ritrarre il lato comico della vita, come succedeva in un suo testo visto al Rossetti lo scorso anno, "Un'ora di tranquillità". Ma è ugualmente capace di coglierne il versante doloroso. Anzi: nei suoi lavori più belli, riesce a far convergere i due piani. Proprio ciò che ha convinto Haber a scegliere "Il padre", scritto da Zeller nel 2012 e diventato anche un film, per il suo spettacolo, ora al secondo anno di tournée. «L'avevo letto tempo fa, ma distrattamente. Quando l'ho ripreso in mano mi sono prima appassionato, poi commosso e divertito. L'ho amato per la sua leggerezza e al tempo stesso per la sua profondità. Sono felice di averlo portato in Italia, con una bella regia, insieme a un bella compagnia». Accanto ad Haber che interpreta Andrea, l'uomo che via via perde i contatti con la realtà e le persone che lo circondano, in scena ci sono Lucrezia Lante Della Rovere, David Sebasti, Ilaria Genatiempo, Daniela Scarlatti e Riccardo Floris, mentre la regia è di Piero Maccarinelli. «La bravura di questo autore - continua Haber - è di mettere lo spettatore nella testa di Andrea, di farlo partecipe dei suoi vuoti, dei suoi smarrimenti, di condividere gli sbalzi della sua malattia. Cos l'attenzione del pubblico a un certo punto diventa totale». "Il Padre" è come un quadro del quale si perdono via via i contorni, da cui svaniscono le linee e i colori. Perché a disperdersi è quel legame su cui si fondano le relazioni umane, la riconoscibilità. E se oltre a veder cancellati i ricordi, un padre non riconosce più la propria figlia, il tema si fa ancora più struggente. «Con la memoria - dice ancora - noi attori abbiamo un rapporto particolare. È il nostro strumento di lavoro. Il mio, lo confesso, non sempre funziona come mi piacerebbe. Mi capita spesso di arrivare a due o tre giorni dal debutto senza aver mandato a memoria tutte le battute. E allora ecco che dissemino in scena piccoli appoggi: appunti o bigliettini che mi danno la spinta ad andare avanti. Quando interpretavo Arlecchino, ho pensato addirittura a dei cartelli da tenere ben in vista in quinta. Altre volte è proprio l'ansia ad avere il sopravvento. Ricordo "Art", uno spettacolo in cui lavoravo con Alessio Boni. A un certo punto, a metà di un lungo monologo, mi capita un vuoto di memoria. Allarme tra i colleghi. Sono uscito di scena, rientrato e ho ripreso da capo. In un'altra occasione sono corso persino in camerino a cercare il copione. Siamo

tutti esseri umani: se sei sincero, il pubblico comprende, e in simili situazioni ti vuole bene e ti applaude. In questo spettacolo ho un vantaggio in più: posso permettermi qualsiasi buco di memoria. Faccio finta che sia un problema del personaggio».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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