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Bispuri in gara alla Berlinale con le sue madri “imperfette”

Il film “Figlia mia”, ambientato in Sardegna, esce il 22 febbraio: storia di due donne che si contendono una bambina

BERLINO. Anche l’Italia, da ieri, è ufficialmente in corsa per l’Orso d’Oro. Accompagnata a Berlino dalle attrici Alba Rohrwacher, Valeria Golino e dall’undicenne esordiente Sara Casu, Laura Bispuri porta in concorso la sua opera seconda “Figlia Mia”, una storia tutta al femminile in cui due madri, Tina e Angelica, si contendono l’affetto della figlia. Il film, in uscita il 22 febbraio, è ambientato in una Sardegna aspra, arsa dal sole e dal vento. «Un percorso – come l’autrice ama definirlo – in cui tre figure femminili si alternano, si cercano, si avvicinano e allontanano, si amano, si odiano e alla fine si accettano nelle loro imperfezioni e quindi crescono». La scelta dell’isola, dove Bispuri ha soggiornato per due anni in fase di scrittura, è stata «dettata dall’istinto», suggerita da un legame personale della regista con questa terra, «affascinata dalla forza di un paesaggio disarmante, prepotente e malinconico» in cui si riflette, in parte, il carattere dei personaggi.

Interessata fin dai primi cortometraggi a esplorare il tema della femminilità, Bispuri non si smentisce mettendo a confronto, in un racconto carico di simbolismi, due modelli antitetici, due madri – ciascuna a suo modo – “imperfette”: amorevole fino all’eccesso l’una (Golino), all’opposto, invece, la madre “biologica” (Rohrwacher), fragile e “incasinata”. «Mi sta molto a cuore il concetto della femminilità fuori dai cliché, mi piace l’idea di lavorare su personaggi forti che non hanno paura di mettere in gioco la propria complessità. È qui che per me risiede il senso profondo del film, nel riuscire ad accettare la complessità dell’animo umano». La regista nega che in questa contrapposizione di caratteri si corra il rischio di cadere nel contro-cliché affermando il binomio santa/puttana: «Tina e Angelica sono due donne complesse - afferma -. Presentano molte stratificazioni e il loro percorso evolve fino ad avvicinarle. Ci tenevo a fare un film in cui le donne sono in primo piano, si tratta di una presa di posizione in un certo senso politica. Perché sono stanca di vedere film in cui le donne sono sempre banalizzate, relegate in casa ad aspettare figli e mariti. Volevo disegnare personaggi femminili a tutto tondo. Però difendo anche il personaggio di Umberto, il marito di Tina. Mostra un aspetto del maschile che non ha nulla a che fare con il machismo, è un uomo capace di accudire e di amare». L’intreccio del film, la presenza di due madri che si contendono un figlio (una figlia), ha origini antiche, «richiamano alla memoria la parabola di re Salomone, ma anche Brecht» ma offre una possibile risposta a dilemmi contemporanei che di certo hanno a che fare con la messa in discussione del modello classico di famiglia. «Per me - conclude

Bispuri - le due madri stanno sullo stesso piano, nei loro confronti non c’è giudizio e credo che entrambe abbiano il diritto di essere madri di questa bambina». E chissà che nella Berlinale “a tema”, nell’anno del #MeToo, non si corra il rischio di entrare nel palmarès.



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