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Una triestina a Berlino con “Ex-Shaman”

Manuela Mandler per la Gullane ha prodotto il documentario di Luiz Bolognesi presentato in anteprima al festival

BERLINO. È la quinta volta che la triestina Manuela Mandler, habitué dei grandi festival, partecipa alla Berlinale con un film della Gullane, una delle più prestigiose case di produzione brasiliane per la quale lavora da diversi anni nel settore delle vendite internazionali. Una “tradizione” che si è rinnovata anche ieri sera, quando il film “Ex– Shaman”, toccante opera terza di Luiz Bolognesi, è stato applaudito all’interno della sezione “Panorama”, quella deputata alla scoperta di nuovi talenti e orientata alla ricerca delle nuove tendenze del cinema. Ci troviamo infatti in pieno cinema del reale, immersi nella più recente vocazione del documentario, con elementi di realtà e di finzione che si incontrano senza mai compromettere la verità oggettiva rappresentata, senza mai smarrire l’etica dello sguardo.

“Ex-Shaman” è ambientato all’interno della tribù amazzonica Paiter Suruì, isolata dal resto del mondo per buona parte del XX secolo. E l’ex sciamano del titolo è Perpera, che aveva 20 anni quando la sua gente è entrata in contatto per la prima volta con l’uomo bianco nel 1969. Fino a quel momento, Perpera era dedito a pratiche magico-rituali e si faceva portatore di valori ancestrali che trasmetteva alla sua gente. Ma l’arrivo dell’uomo bianco segnò il violento affermarsi dei missionari evangelici, che hanno imposto con la forza la parola di un nuovo dio, affermando che lo sciamanesimo era opera del diavolo. Perpera fu allora costretto ad abbandonare le sue pratiche, a smettere di pregare gli spiriti della foresta. Impaurito, Perpera dorme con le luci accese per evitare che gli spiriti bussino adirati alla sua finestra, “una volta – dice – la gente avrebbe consultato lo sciamano in caso di malattia, ora prende l’aspirina”.

Bolognesi affronta con sensibilità e rigore il concetto di “etnocidio”: non la distruzione fisica di un popolo, ma l’annientamento della loro cultura, dell’identità, di un diverso modo di vivere e di pensare spazzato via dall’invasore. Il regista, al suo terzo lungometraggio ma anche autore della sceneggiatura di “Birdwatching – La terra degli uomini rossi” di Marco Bechis e “Amazzonia” 3D di Thierry Ragobert, nutre da sempre un interesse per le popolazioni amazzoniche. «Era naturale per noi – afferma Manuela Mandler – seguirlo anche in questa sua nuova avventura, visto che abbiamo finora prodotto tutti i suoi film». È entrato in contatto con la tribù per un altro progetto televisivo a cui sta ancora lavorando. «Mentre era lì - aggiunge Mandler - ha conosciuto Perpera e ha deciso di realizzare un documentario sulla sua storia anche per sensibilizzare la gente al rispetto delle diverse culture». Per questo, all’anteprima berlinese, è stato presentato un vero e proprio manifesto anti-omologazione intitolato: “Più sciamani, meno intolleranza”. «Più sciamani – si legge nel documento – più cielo, più spiriti, più foresta, più vita. Meno odio, intolleranza e razzismo».

E sempre di intolleranza, anche se di altro genere, si è occupato anche Rupert Everett, debuttante alla regia con “The Happy Prince”, personale omaggio a Oscar Wilde presentato nella sezione “Berlinale Special”. È un perfetto dandy, Everett, che dello scrittore irlandese è intento a mostrare in particolare la parabola discendente, quando agli apprezzamenti e alla fama subentrano gli sputi e il disprezzo della comunità benpensante dell’epoca, che lo mette al bando per la sua omosessualità. La prigionia, l’esilio, la malattia, la morte. «Wilde è stato il primo a portare avanti il movimento gay – afferma l’attore-regista a Berlino –. La parola omosessualità

viene usata solo dal momento della sua morte. Lo stesso movimento Lgbt inizia con lui. Penso che la sua storia sia incredibilmente attuale e offra un possibile confronto tra ciò che accadeva agli omosessuali allora e ciò che accade oggi».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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