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Mamma? Una spia comunista

Lo scrittore ungherese András Forgách denuncia la storia della sua famiglia

Ci sono cose che possiamo comprendere solo quando accadono a noi. Potremmo farcene un’idea, se la nostra immaginazione fosse abbastanza coraggiosa e selvaggia. Ma non è così. Già la morte di una madre è un evento di una drammaticità cosmica, scoprire poi a 62 anni - nel 2014 -, dopo essere stato convocato all’Archivio storico ungherese dei servizi per la sicurezza di Stato di Budapest, che tua madre è stata una spia, un’informatrice, è devastante. Qualcuno ti chiama al telefono, e il mondo crolla.

András Forgách, scrittore ungherese influente, traduttore letterario, artista drammatico e visionario, uno dei rappresentanti più emblematici della controcultura degli anni ’70 e ’80, per superare lo choc, scrive. Scrive, racconta, a volte persino con ironia, butta giù un poema sulla vita dei suoi genitori, dà voce alla madre deceduta (ritenendola responsabile e colpevole delle sue azioni ma difendendo, al tempo stesso, i ricordi che conserva di lei come figlio, perché “amavo mio padre, ma la mamma era un intero universo”), riporta lettere originali, rapporti e resoconti della e per la polizia segreta, testimonianze personali. Un fiume in piena di ricordi, impressioni, sensazioni, eventi “Gli atti di mia madre” (pagg. 400, euro 18,00). Un testo irregolare dove alla voce del narratore in prima persone si sostituisce talvolta quella della madre, talvolta quella della polizia politica del regime di Kádár. Tutto, Forgách vuol far “vedere” tutto a tutti per tentare di comprendere quel tutto di cui per anni non si è accorto. E non si è accorto proprio di niente.

La storia di sua madre inizia nel 1922: Bruria Avi-Shaul nasce a Gerusalemme. Una giovane ebrea di una bellezza raffinata, da far girare la testa. Sposa Marcell Friedmann, un ebreo rinnegato comunista, che poi era diventato Forgacs, a cui la Sezione informativa della Direzione politica investigativa del ministero degli Interni aveva appiccato il nome in codice Papai. Da convinti antisionisti, lasciano Israele: Budapest è la meta, per mettersi a servizio del regime comunista. Marcell viene spedito a Londra, a inizio anni Sessanta, la sua copertura è il giornalismo. Ma si ammala, un esaurimento nervoso dietro l’altro che lo porterà alla follia, e nel ’75 Bruria accetta di sostituirlo. Per dieci anni. Fede ideologica ben radicata, espansiva, chiacchierona, parla e scrive in ebraico, osservatrice arguta, quasi seducente. L’identikit perfetto della perfetta spia. Le danno qualche soldo, le fanno qualche regalo, i servizi segreti le pagano addirittura i viaggi in Israele perché si infiltri nei Congressi sionisti. E Bruria obbedisce. E così non finiscono sotto la lente solo i “grandi”, i potenti, Bruria scruta, annota, sospetta di parenti, amici. Lascia persino che i servizi segreti piazzino microspie nell’appartamento del figlio, di András, per controllare un suo amico, poeta poco “affidabile”. Lo fa per la causa, per costruire una società migliore. Tentenna, è vero, si rode, certo, ma cede. Apre quella porta, non prima però di aver rovistato nella casa e aver debitamente nascosto riviste e libri “pericolosi” in una vecchia valigia sfondata. È una mamma. “Non mi piace ciò che ha fatto, ma era mia madre. E io avevo con lei e con mio padre un rapporto tenerissimo, dichiara András. “Il fardello di mio padre ha continuato a portarlo Bruria. Perché si è reso necessario usare Bruria per sostituire Marcell? Perché la mamma deve portare il nome di mio padre anche all’Inferno?”.

Non è un testo facile, il racconto di Forgách. Per due motivi. Primo: impossibile non immedesimarsi nella sua storia. Si può sospendere il ricordo di una mamma? Si possono rendere inermi i momenti intimi di una famiglia? Si possono liquidare le prime parole, le ninnananne, le feste, gli abbracci, i baci, i sorrisi, le marachelle, il Natale, la Pasqua? Tutto diviene sospetto, specialmente le cose belle. Da impazzire, e se non vuoi impazzire non ti resta che perdonare. Provarci, almeno. Secondo: gli estratti, i resoconti degli agenti dei Servizi per la sicurezza per lo Stato sono estenuanti in lunghezza e numero; eppure, con pazienza, vanno letti perché danno quelle sfumature fondamentali a inquadrare il periodo, specie per chi non l’ha

vissuto - fortunatamente - per età o luogo. Consiglio: non saltateli. “È un reato che a partire dal 1990 non abbiamo reso pubblici tutti, ma propri tutti questi documenti, è un reato, reato, reato” denuncia Forgách. “Ingiustificabile e irreparabile”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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