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L’amore eterno per il mostro

Con “La forma dell’acqua” Guillermo Del Toro firma una romantica fiaba dark

Il Leone d’Oro al più recente Festival di Venezia, due Golden Globes, tredici candidature ai Premi Oscar e quasi cinquanta milioni di incasso nelle prime dieci settimane di programmazione al box office Usa.

Cominciamo dai numeri, e che numeri. “La forma dell’acqua – The Shape of Water” sembra aver convinto tutti, pubblico e critica, raccontando una storia d’amore ambientata negli Stati Uniti durante i primi anni della Guerra Fredda.

È il 1963 e in un laboratorio governativo ad alta sicurezza, l’addetta alle pulizie Elisa (Sally Hawkins) è intrappolata in una vita di silenzio e di isolamento, fino a quando, assieme alla collega Zelda (Octavia Spencer), scopre un esperimento classificato segreto, una Creatura catturata in Sud America in grado di scompigliarle l’esistenza…

Guillermo Del Toro racconta una fiaba gotica, con tanto di Mostro (una creatura squamosa dall’aspetto umanoide) che ricorda quello della “Laguna Nera”. “Bestia tra le bestie”, l’unica a saper comunicare con la sua Bella, un’eroina senza voce, “diversa tra diversi”. L’irriducibile paura dell’estraneo (la muta Elisa, l’afroamericana Zelda, il vicino di casa omosessuale, la creatura anfibia) si sposa con lo straordinario, un immaginario mitologico in cui due esseri affini si incontrano.

Il cinema di genere sposa alla perfezione quello d’autore, quando dietro la macchina da presa c’è il regista de “La spina del diavolo”, “Hellboy” e “Il labirinto del fauno”. La comunicazione non lascia spazio alla parola, bastano piccoli gesti e sguardi intensi al cineasta messicano per mettere in scena una sintonia perfetta e destinata a restare nella memoria. È proprio nel silenzio che si trova il tratto distintivo di una sceneggiatura limpida come i fondali protagonisti. Un silenzio che rinuncia spesso anche alla musica, consapevole della potenza dei sentimenti rappresentati.

Giocano un ruolo-chiave nella partita gli interpreti, a partire da Sally Hawkins, sensuale e sola, stretta in un mutismo che le permette di parlare con la sola espressione. Ma anche il mostro (Doug Jones), il sadico responsabile alla sicurezza Strickard (Michael Shannon), il “russo” Michael Stuhlbarg, il disegnatore gay in crisi Richard Jenkins e Octavia Spencer, alle prese con un personaggio dotato di ironia e in grado di strappare una risata anche nel dramma. Tutti, nel complesso, a fuoco e credibili.

Il doppio registro messo in relazione da Del Toro ci fa precipitare in piena Guerra Fredda, a Baltimora, nella crudeltà di un momento storico che, al pari di altri, cerca di soddisfare le proprie paranoie attraverso il fanatismo e le crudeltà contro i “diversi”. In un attimo, la cronaca lascia spazio allo straordinario e alla poesia, tuffandoci in uno specchio d’acqua che ha la grazia e la forza liberatrice dell’arte.

Elisa si innamora perdutamente del mostro, e questo amore è contagioso, è un antidopo senza tempo contro il cinismo e la stupidità umana.

Questa “Bella e la Bestia 2. 0” non ha nulla di disneyano. Questo “Mostro della Laguna Nera” non nasce per regalarci due ore di intrattenimento puro. Dietro il visto e rivisto, e una storia all’apparenza semplice e banale, si nasconde un film riuscito da tutti i punti di vista, una fiaba dark capace di sorprendere e di commuovere, lasciando lo stupore negli occhi e uno splendido ricordo nelle orecchie (l’affascinante colonna sonora di Alexandre Desplat).

Guillermo Del Toro ci mette il suo marchio di fabbrica sin dalla prima inquadratura,

l’atmosfera è insieme oscura e fiabesca, lacustre e onirica, romantica e carnale. L’amore può essere una cosa semplice, nonostante tutto, ci sussurra, regalandoci il suo film più romantico e il più riuscito della sua già intensa carriera.

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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