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«La sharing economy è solo marketing E ci rende più poveri»

Il giornalista di Repubblica Riccardo Staglianò fa luce sulla retorica dei giganti della tecnocondivisione

La sharing economy è stata salutata come un astro dell’efficienza. Ambientalmente rispettosa. Socialmente giusta. Guai a chi ne avesse evidenziato i limiti, sarebbe stato marchiato subito nel girone dei “cattivi”. Una voce controcorrente è quella di Riccardo Staglianò, scrittore e inviato di Repubblica. Con il suo “Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri(Einaudi, pag. 232, euro 18) fa luce su un bel po’ di luoghi comuni. Quelli di chi crede di condividere una sorta di bengala dell’economia, e per di più con abiti siglati da tutta una serie di buoni principi, dall’onestà alla democrazia, gestiti dalle piattaforme virtuali più potenti del mondo.

Ma Staglianò dichiara da subito di voler scrivere un libro non contro la tecnologia, ma contro la retorica. E qual è la retorica in questione? «Quella che, a partire dalla furba scelta terminologica – dice l’autore – spaccia l’ennesima involuzione del valore del lavoro come il volto nuovo e buono del capitalismo. In questi termini, a sprezzo del ridicolo – nella sua vita precedente era un pubblicitario di successo – Doug Aitken, il capo delle policy globali di Airbnb, prova a vendere la cosiddetta sharing economy. Era marketing prima, è marketing adesso: solo il prodotto è cambiato».

Riccardo Staglianò
Riccardo Staglianò


In molti credono che sharing economy sia sinonimo di economia equa, efficiente e ambientalista. Cosa gliel’ha fatto credere?

«Uno sforzo di pubbliche relazioni senza precedenti. Non c’è solo l’esempio di Airbnb ma Uber ha, nelle file dei suoi portavoce, gente che aveva gestito la campagna elettorale di Obama. Sono stati bravissimi nell’individuare dei temi importanti (l’ambientalismo, per esempio) e presentare le aziende che rappresentavano come risposte a quei problemi. È vero che un’auto sta in media il 90% del tempo parcheggiata. È tendenzialmente falso che Uber abbia particolarmente a cuore lo stato del riscaldamento globale. È sicuramente falso che abbia a cuore le condizioni di lavoro dei propri lavoratori. Di ipocrisia in ipocrisia si potrebbe andare avanti a lungo».

Mentre sarebbe più appropriato definirla come “economia dei lavoretti” …

«Certo. Connotarla come “condivisione” è stato un colpo linguistico da maestro: chi è contrario a condividere? Solo gli egoisti, le brutte persone. Ma cosa condivide esattamente Travis Kalanick, il rimosso amministratore delegato di Uber con una fortuna da 6 miliardi di dollari, e i suoi autisti costretti a dormire nei parcheggi dei supermercati di San Francisco per aggiudicarsi qualche buona corsa? Niente, direi».

Scrive anche che se questa idea fosse stata venduta nel 2007, nessuno l’avrebbe comprata. Perché?

«Perché la gig economy è la soluzione che la Silicon Valley escogita a un problema reale. Ovvero il fatto che, con la Grande recessione, sempre più persone non riescono più ad arrivare alla fine del mese. Che fare? L’idea è costruire piattaforma attraverso le quali fare qualche soldo. Dunque se hai un’auto, adesso la trasformi in mezzo di produzione. Idem se ti avanza una stanza in casa. Senza la crisi nessuno si sarebbe messo un estraneo in casa o sul sedile di dietro. La gig economy è la risposta sbagliata a una domanda giusta. Bisogna invece chiedersi: perché a un certo punto c’è stato bisogno di arrotondare? La risposta è uno smottamento quarantennale, e non casuale, del valore del lavoro. Di cui l’economia dei lavoretti è l’ultimo gradino».

Quali sono le piattaforme che governano il mondo oggi?

«Quattro delle cinque principali aziende globali, quanto a capitalizzazione di borsa, sono tecnologiche: Apple, Alphabet, Microsoft e Amazon. Google e Amazon sono piattaforme che sanno sul nostro conto più di quanto ne sappia qualsiasi agenzia di intelligence. Poi c’è Facebook che, in base ai nostri like e ai grafici delle nostre connessioni sociali, è in grado di estrarre da noi informazioni preziosissime».

Che mi dice di Silicon Valley? Come lei stesso cita da Carrère: nulla contro l’ottimismo, ma lì l’ottimismo è talmente inflazionato da slegarsi da ogni esperienza comune.

«Silicon Valley è diventata da tempo una centrale ideologica. Afflitta da quella che Evgeny Morozov chiama il soluzionismo, ovvero la perniciosa illusione che non esista problema al quale la tecnologia non possa fornire una soluzione. La realtà è invece molto più complessa. Soprattutto la Valle è lastricata di ipocrisia. I suoi campioni hanno slogan allettanti ( “Non fare il male”, “Pensa fuori dagli schemi”) e ripetono ossessivamente il mantra di “voler rendere il mondo un posto migliore” ma poi sono i più incalliti evasori di tasse del pianeta, quando non sfruttatori feroci del lavoro altrui (vedi Uber). Se davvero volessero rendere “the world a better place” cominciassero a pagare le tasse e riconoscere i diritti a chi contribuisce alla loro ricchezza. È facile».



Ci sono ancora molti obiettori, a questa realtà, che sostengono come in fondo la tecnologia ruba lavoro fin dalla prima rivoluzione industriale, insomma credono sia la solita demonizzazione. Lei cosa risponde?

«Che stavolta è diverso. Il combinato disposto di machine learning e la quantità di dati a disposizione fanno sì che se prima le macchine sostituivano solo il lavoro manuale, ora rimpiazzano anche quello intellettuale. Gli esempi sono molteplici e ne do conto nel mio libro precedente, “Al posto tuo”, di cui questo è una specie di sequel».

Dal 1979 siamo passati da una crisi all’altra e ora anche la New Economy inizia a cedere, tra l’altro non agevolata dall’eredità più nefasta, quella del “gratis”…

«Nel libro provo a individuare alcuni snodi storici, dei traumi simili che ricordano la shock doctrine battezzata da Naomi Klein, che hanno favorito dei crolli nella tutela del lavoro. Non siamo arrivati per caso all’impoverimento odierno. Prima c’è stata la delocalizzazione, poi la preferenza per la finanza, poi la flessibilizzazione sempre più spinta del lavoro e via scavando, sino ad arrivare a oggi.

Non direi che la gig economy, l’ultima versione della new economy, stia cedendo: lei sta benissimo, siamo noi a non stare tanto bene. Perché la toppa ai nostri malanni economici che le piattaforme offrono è solo un pannicello caldo: attenua il problema nell’immediato ma lo peggiora nel medio periodo, riducendo ulteriormente l’imponibile fiscale che alla fine sottrae servizi (e quindi ricchezza indiretta) a chi ne ha bisogno e che si è illuso di aver trovato una soluzione nei lavoretti».

Il 2000 si è rilevato l’anno decisivo di una biforcazione tra produttività e occupazione. Perché?

«Perché, come rilevano i ricercatori del Mit Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, è l’anno in cui gli esseri umani non sono più riusciti a star dietro alle macchine. E alla disintermediazione dell’economia internettiana».

Da un’analisi della Oxford University risulta che dopo l’America, è l’Italia il Paese dei poveri che lavorano.

«Perché non abbiamo saputo difendere i diritti del nostro lavoro. Perché siamo cresciuti meno di altri. Perché, come tanti altri, ci siamo bevuti il diktat che la flessibilizzazione fosse a risposta».

Il suo libro corrisponde alla definizione di Lord Northcliffe sul giornalismo, “notizia è qualcosa che qualcuno, da qualche parte, non vuole che venga fuori, tutto il resto è pubblicità”. Per quanto si potrà ancora chiudere gli occhi?

«Gli esseri umani hanno un’inesauribile capacità di raccontarsi storie. È un meccanismo di difesa: nessuno vuole fare i conti fino in fondo con le realtà spiacevoli. È umano farlo per i singoli, mentre per i politici è diabolico».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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