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“Mia piccola pulce” diceva Salvatore Satta alla sua amata Laura

In “Mia indissolubile compagna” le lettere fra il giurista che fu prorettore nell’ateneo cittadino e la moglie triestina

Da quel formale “cara signorina Laura” della prima lettera scritta nel 1938, al “cara Mucio” dell’ultimo biglietto, datato 1971, si svolge il nastro che lega la storia d’amore lunga tutta una vita tra Salvatore Satta e Laura Boschian. Il centinaio abbondante tra lettere, biglietti, cartoline postali e telegrammi scritti in oltre trent’anni, è raccolto ora nel volume “Mia indissolubile compagna”(Ilisso editore, pagg. 345, s.i.p.) e svelano “un uomo che non ti aspetti”, come sottolinea la curatrice Angela Guiso. Perché questi frammenti di un discorso amoroso vanno oltre il pur forte legame d’affetto che univa il giurista sardo alla slavista triestina, conosciuta all’Università di Padova nel 1938 e sposata l’anno successivo, e fanno scoprire un lato inedito, solare, aperto all’ironia, di un uomo di cui dai suoi libri, tutti pubblicati postumi, è nota l’attitudine alla riflessione morale virata al nero. Se per esempio, lui a Nuoro e lei a Trieste, tarda a rispondere a una lettera di Laura, Salvatore, anzi, Bob, come si firma spesso, abbreviazione del sardo Bobore, si giustifica così: “La colpa è dei pranzi che durano sette ore e mezza (senza esagerazione). Ecco il menù: tacculas, culurjones, casizolas”.

Altrove il tono diventa intimo, piano, come un sussurro. In una delle ultime lettere scrive: “Molta dolcezza è distillata dalle tue parole nel vecchio cuore. Sei pur sempre la semplice, elementare, misteriosa Pulikitta”. E si intuisce come la donna, la piccola pulce, pulikitta in sardo, abbia incarnato per Satta una sorta di figura salvifica che aveva il potere di vincere la sua privatissima angoscia, la cui origine affondava molto probabilmente nella sua vicenda biografica.

Se il giurista sardo, nato a Nuoro nel 1902, fu indubbiamente un uomo tormentato, visitato da un opprimente senso di morte, lo si deve probabilmente alla tubercolosi che lo colpì, giovane neo laureato in legge. Per curarsi trascorse un periodo in sanatorio a Merano, e quella esperienza travasò ne “La veranda”, una sorta di autobiografica risposta italiana alla “Montagna incantata”.

Eppure nella corrispondenza con la fidanzata e poi moglie triestina tutto questa angoscia svanisce. Non solo, ma la corrispondenza con Laura diventa un aspetto di quel necessario definirsi attraverso la parola che è la molla di ogni scrittore. Laura, che per l’introverso Satta rappresentò la bussola esistenziale, nell’epistolario assume anche il ruolo di preziosa confidente cui mettere a parte delle proprie letture, da Dostoevskij a Pascal, e del percorso di perfezionamento che con esse si nutriva. Nella sua corrispondenza, a volte scritta con una mescolanza linguistica di sardo, russo, tedesco e inglese, e che lasciava spazio a giochi di parole e divertissement (”Io voglio che Laura rida, non però far ridere Laura!”) che pure erano nella natura di un uomo che sapeva e godeva ad essere spiritoso, e che si firmava in mille modi, Ivan Ilic, Bob Ossipovitz, Bobore, Bibiz, e che parlando di sè stesso si nascondeva dietro le maschere di Robinson Crusoe, Pel di Carota, Pier della Vigna, ci sono pochi accenni alla sua attività professionale, che peraltro fu di notevole rilievo. Oltre a essere stato docente di Diritto in diverse università, Satta fu prorettore dell’Università di Trieste tra il 1945 e il 1946, un anno particolarmente difficile, segnato dal processo di epurazione voluto dagli Alleati, mentre nel 1946 salì a Parigi, alla conferenza sul trattato di pace che doveva ridefinire i confini, per perorare la causa degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria.

Sono invece ricche di avvenimenti famigliari, come quando c’è in ballo l’acquisto di una casa a Roma per 32.000 lire, e Satta si affida “all’occhio di Mucio” per decidere se accettare. Per comunicare bastava una cartolina, un biglietto spedito da un albergo. Satta viaggiava per lavoro e lo si immagina pescare in qualche stazione un biglietto per scrivere poche righe a casa, come queste, senza interpunzioni, come un tweet: “Mantengo promesse sereno non fumo arrivo stasera”. Ma i viaggi in treno potevano anche essere seccanti, soprattutto se si finiva nel bailamme

del mondo dello spettacolo, come nel gennaio del 1959: “Sono rientrato con un giorno di ritardo dovuto al festival di San Remo. Questa eletta schiera di rappresentanti della repubblica aveva infatti occupato tutti i posti della vettura letto”.

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