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James nell’Italia dei selvaggi

Bompiani pubblica “In viaggio” con i racconti dei soggiorni in Europa dello scrittore

Anche se sarà necessario attendere prima che acquisti la complessità teorica oggi ben nota, il “tema internazionale” occupa un posto di grande rilievo nella mente di Henry James sin dagli anni dell’infanzia. Lo prova un brano del diario dove, in età matura, lo scrittore si sofferma sulle traversate dalla natia America verso l’Europa compiute in compagnia dei genitori e dei fratelli. Annota: «Sin da quando potevo ricordare, avevo nel fianco, sepolta e non estratta, la punta di una di quelle frecce della faretra europea alle quali la tenera carne statunitense era esposta. Venni condotto a Londra, a Parigi e in Italia dopo la mia nascita, e il veleno mi era entrato nelle vene».

Come dimostrano i saggi ora riuniti nel volume “In viaggio” (Bompiani, pagg. 314, Euro 14,00, traduzione di Maurizio Bartocci), il legame di James con la civiltà europea non si colora mai di ingenue sfumature sentimentali. Possiede invece motivazioni artistiche precise, ha radici nella certezza che in Europa «la razza umana è rappresentata meglio che in qualsiasi altro posto». A chi desidera raccontare «storie morali contemporanee», i paesi del vecchio continente, sostiene, costituiscono il palcoscenico ideale per dar conto degli slanci e delle contraddizioni dell’Ottocento statunitense. L’America, tuttavia, continuò sempre a costituire il suo punto di riferimento e il «tema internazionale» si sviluppò seguendo il confronto tra le due sponde dell’Atlantico sino alla parte conclusiva della sua esistenza.

Quando, poco prima di morire nel 1916, prese la cittadinanza inglese per solidarietà verso la patria d’elezione coinvolta nel massacro della guerra mondiale. Si trattò dell’atto più politico della vita di un intellettuale sempre “impolitico”, per usare una espressione utilizzata in seguito da Thomas Mann.

Nonostante l’Europa stesse attraversando un momento burrascoso dal punto di vista istituzionale mentre la visitava a più riprese a partire dal 1869, quasi nessun cenno si trova nei resoconti delle settimane trascorse in Francia, in Germania e in Italia dei moti rivoluzionari, della difficile genesi degli stati-nazione, dei conflitti sociali in atto. Nel 1872, a Parigi, «al termine di una giornata impegnativa e stancante passata nelle strade osservando con stupore rovine annerite dal fuoco e sentendo un vago retrogusto di polvere da sparo», va a vedere una commedia di Moliere perché, precisa, sente l’insopprimibile desiderio di purificarsi la mente. La magnificenza della rappresentazione lo induce a sottolineare: «provai una languida meraviglia alla scoperta che il tenero fiore della poesia potesse sbocciare con coraggio sopra le vesti insanguinate e le tombe scavate di fresco dei protagonisti della Comune di pochi mesi prima».

È, invece, «un paese di romantici briganti» l’Italia esplorata soggiornando a Roma, Firenze, e Venezia, tappe ineludibili del Gran Tour e dell’origine della cultura classica di cui ogni artista americano doveva obbligatoriamente dotarsi. Non è solo la Roma papale a trovare spazio nella visita del 1873, ma anche la metropoli suggestiva e gaudente cara a Goethe. Troppi visitatori stranieri irritano l’aspirante scrittore alla ricerca di ancoraggi intellettuali. James, infatti, intitola “Roma fuori stagione” il resoconto del primo dei tanti soggiorni. Relegando i romani (e, poi, in generale, gli italiani) sullo sfondo: non ne apprezza abitudini e moralità, arrivando a ritenerli «veri e propri selvaggi».

Con il paradossale risultato che Roma e l’Italia appaiono al suo sguardo luoghi splendidi, ricchi di delizie paesaggistiche indimenticabili o di pittoresche rovine, musei a cielo aperto con un fascino unico al mondo, mentre gli uomini e le donne che affollano la penisola gli appaiono creature volgari, moleste o corrotte. Da tenere il più possibile a distanza.

I resoconti dei viaggi compiuti in Europa sino a quando, poco dopo, si apre la grande stagione della maturità narrativa servono a James per mettere a punto la strategia che userà sino alla morte: offrire un’analisi distaccata e oggettiva del quoti¬diano,

mentre il “tema internazionale” diviene una significativa traccia offerta al lettore per comprendere come solo dal perpetuo mutamento dei punti di vista possano nascere interpretazioni non effimere su un mondo. Che, perpetuamente, andava mutando.

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