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Dal Sudafrica a Trieste a cercare una mamma nelle pieghe della Storia

Esce oggi “Il tuo nome quel giorno” di Pietro Spirito una vicenda che inizia al campo profughi nel 1961

A cosa serve la memoria? Perché raccontiamo storie? Da dove deriva il nostro bisogno di rovistare negli interstizi del passato per recuperare un nome o una foto dimenticata in una soffitta estiva? Cerchiamo instancabilmente tracce del passato, fossili pronti a fornire un senso alle nostre vite, a dirci chi siamo.

Un giorno all’inizio degli anni Duemila a Cape Town, una donna scrive un messaggio in un italiano incerto e lo invia dall’altra parte del mondo, a Trieste, a un elenco di giornalisti, archivi pubblici, associazioni. Sta cercando di ricostruire il filo che la connette a un passato sconosciuto, intricato e sommerso quanto il corso del fiume Timavo, legato a doppio vincolo alle sorti dei profughi in fuga dalla Jugoslavia nei confusi anni seguiti alla fine della seconda guerra mondiale. Nessuno risponderà. Invece no, qualcuno risponde. Gabriele Sala, quarant’anni, archivista all’ente previdenziale dei marittimi. Uno che chissà come mai è finito in quella lista di indirizzi. Perché lui? Perché ha risposto?

Così prende avvio “Il suo nome quel giorno” (Marsilio, pp.185,16,50 euro) il romanzo di Pietro Spirito da oggi in libreria. Non è la prima volta che Spirito scende a esplorare le grotte più buie della Storia per scovare accadimenti secondari, cortocircuiti in vite dimenticate. In questo ultimo libro però il passo è audace, perché Spirito affonda in abissi più indecifrabili di qualsiasi fondale marino, e sceglie di raccontare uno dei momenti più controversi della storia di Trieste.

È il 1961, gennaio. La neve scende sull’altopiano e si sta per alzare la Bora. Il campo che accoglie i profughi delle terre cedute è silenzioso, le baracche sono sigillate nel tentativo di trattenere un po’ di calore. Solo una sagoma, stretta in una coperta, attraversa il gelo per raggiungere le latrine. È Vera Romovich, figlia unica di Nelda e Franco, scappati da Baredine al primo arrivo dei partigiani del maresciallo Josip Broz detto Tito. La guerra è finita ormai da quindici anni, ma nel campo ancora molte baracche sono occupate da famiglie in attesa di un lavoro, un alloggio, uno scopo che cancelli una volta per tutte lo smarrimento e la nostalgia di ciò che è andato perduto.

Nel campo la ruota del tempo sembra essersi inceppata. Si vive nell’attesa di un futuro che è rimasto incatenato oltreconfine, e ognuno si arrangia come può sotto il vigile controllo della Chiesa e della politica. Soprattutto è importante che i profughi non creino problemi, la morale conveniente deve essere osservata qui più che altrove. Ma la miseria e la voglia di scappare rendono lecite tutte le strade e induriscono i sentimenti, così può capitare che alcune ragazze si concedano ai peggiori del campo in cambio di qualche lira da infilare nel borsellino sotto il materasso. È capitato anche a Vera, che adesso rientra nella baracca numero otto e si rigira nel letto senza sapere cosa fare di una gravidanza che è l’ultima cosa di cui ha bisogno.

Trieste, 2008. Giuliana Striano arriva dal Sudafrica con una figlia per mano e una fotografia in bianco e nero che ritrae una bambina molto piccola che si chiama Giulia Vogric e le assomiglia tantissimo. Cosa è venuta a cercare Giuliana? Davvero crede di poter decifrare il segreto di un nome così simile al suo? Davvero crede di poter incontrare quella madre che tanti anni fa, in un campo profughi sull’altopiano, ha venduto la sua bambina per costruirsi una via di fuga verso il futuro.

Vera e Giuliana sono il punto cieco di questa storia. Due donne unite da un legame di sangue che si è sbiadito fino a perdersi nel tempo e nei continenti, lasciando nel mezzo un oceano di domande senza nessun orecchio ad ascoltarle. Ma sono un’infinità i figli e i genitori separati da guerre, miserie, inganni, tutte persone che si cercano nel disperato bisogno di aggrapparsi a un affetto che racconti una parte della loro storia: le probabilità di ritrovarsi sono poche. Invece Giuliana scrive il suo messaggio – i dettagli di una famiglia biologica mai conosciuta e una richiesta d’aiuto – e lo intercetta Gabriele Sala, l’archivista esperto di storie e di memorie.

Seguendo l’intrecciarsi sempre più urgente delle storie di Vera e della sua gravidanza, e di Giuliana arrivata a Trieste nel tentativo sconsiderato di rimettere insieme il proprio passato e la propria identità, Pietro Spirito ci racconta un momento della storia nazionale che ancora fatichiamo a capire e di cui è difficile parlare. Racconta Trieste, quel piccolo avamposto di frontiera che rimane ancora oggi invischiato in segreti, rancori, e nei conti aperti con la Storia.

Il campo profughi separato dalla città, dove proliferano dolore e apatia e non c’è mai stata vera accoglienza, dove la gente porta la propria condizione scritta nei vestiti e negli sguardi che li rendono “diversi” dalla gente in città, ecco il campo così ben raccontato diventa in questo libro uno specchio che riflette una luce spietata sui nostri giorni. In fondo, ci dice Spirito, è questo che fa la letteratura: buca il presente per riattivare un flusso di energia con il passato.

A colpirci però in “Il suo nome quel giorno” non è tanto la vicenda storica ma piuttosto la condizione che i personaggi mostrano con maggiore urgenza: l’idea che il nostro tempo è sempre un inciampo, che le vite possono in un attimo trovarsi in un punto di svolta da cui dipenderanno tutti gli anni successivi. I cambi di rotta quotidiani, i piccoli scarti dell’esistenza di ciascuno, ne siamo certi, non influiscono sull’andamento generale dei nostri percorsi. Eppure ogni tanto, in modo imprevedibile, questi accidenti senza rilievo si accendono di una luce decisiva e ci dicono che siamo arrivati a un punto oltrepassato il quale niente sarà più come prima. La decisione di Vera di vendere sua figlia, quel messaggio a cui Gabriele ha deciso di rispondere lasciando entrare Giuliana nella sua vita.

In questo romanzo apparentemente fatto di donne, non sono però le donne a lasciare una traccia nel cuore dei lettori. I personaggi femminili faticano a staccarsi dalla Storia che rappresentano e a volte vorremo non trovarle in quei cuscini davanti al camino a sorseggiare un bicchiere di cabernet franc prima della prevedibile conclusione romantica della serata. Sono invece i personaggi maschili, meno in primo piano, a svelare la grazia di questo libro. Come accade per Jože e l’orgogliosa tenerezza con cui ogni anno ricorda la sua tragedia personale, là nel tunnel del Loiblpass dove la madre morì di febbre nella colonna di profughi in fuga. O Petar che taglia le pietre carsiche in un angolo nascosto del Carso, ma anche il miserabile Nereo che alla figlia di Vera aveva dato senza volerlo il suo cognome. E Franco, il padre di Vera che non riesce a trovare un senso nella nuova vita fornita di sussidio e di una baracca di cui essere grati. È in questi uomini, nei loro silenzi e nell’incapacità di raccontarsi che esce l’anima del romanzo: il senso disperato dello stare nel mondo e i confini del nostro essere soli.

Tutti noi abbiamo perso qualcosa, ci dice Spirito, tutti abbiamo diritto ad avere un’identità, degli affetti, una storia. Tutti abbiamo questo diritto.

Però le cose non vanno mai come vorremmo e coloro che dovrebbero accoglierci e riconoscerci possono respingerci e chiederci di non cercarli più. E allora, se non si possono ricucire i fili del tempo, se le persone perdute

restano irraggiungibili, rimangono però le storie a dirci chi siamo. E le storie, una volta raccontate, non possono essere dimenticate. Si trasformano in qualcosa d’altro, nel ricordo di chi eravamo, nella speranza di ciò che possiamo diventare.

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