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Loretta Napoleoni «Kim Jong-Un dittatore Millennial»

Un ritratto inedito del giovane leader nordcoreano «Usa la Realpolitik ed è un potente comunicatore»

«Kim Jong-Un è l’archetipo del dittatore del XXI secolo. Pragmatico, comunicativo e globalizzato». Il ritratto che Loretta Napoleoni delinea del “Re eremita” della Corea del Nord è molto diverso da quello proposto senza tregua sui media occidentali. Nel suo ultimo libro, “Kim Jong-Un - Il nemico necessario” (Rizzoli, 258 pagine, 19,50 euro), l’economista aggira la coltre di informazioni inverificabili (zii reprobi del dittatore presi a cannonate e gettati ai cani, e via dicendo) con cui Pyongyang viene narrata usualmente, e racconta al lettore italiano la realtà complessa di un paese isolato, ma non per questo estraneo allo spirito del tempo. Il nemico necessario, appunto: l’avversario scelto dagli Stati Uniti per continuare a giustificare la retorica infinita della Guerra Fredda. Una retorica che ora, con l’ascesa di Donald Trump al trono imperiale, rischia di avere esiti imprevedibili.

Che tipo è Kim Jong-Un? Se i suoi predecessori rientravano nell’identikit del dittatore socialista del XX secolo, il giovane capo di Stato nordcoreano ha avuto un percorso formativo molto diverso.

«Sicuramente Kim Jong-Un ha un profilo differente sia dal padre che dal nonno. È cresciuto ed è stato educato all’estero. Ha passato diversi anni in Svizzera e, di fatto, non ha avuto un rapporto diretto con la Corea del Nord fino al momento in cui è stato scelto come erede».

Cosa non scontata.

«No, perché in realtà non è il primo figlio di Kim Jong Il. Visto che anche in Corea del Nord la successione dinastica passa dai primogeniti, in teoria Kim Jong-Un non aveva i requisiti per la successione».

Ciononostante è stato reputato il più adatto.

«Sì. E si è ritrovato praticamente catapultato, a 27-28 anni, ai vertici dello Stato. Ha avuto soltanto un anno di tempo, prima della morte del padre, per apprendere i rudimenti del potere. È chiaro che una simile parabola di vita fa di lui una figura molto diversa dal nonno guerrigliero, Kim Il Sung».

Qual è lo stile di governo di Kim Jong-Un?

«In questi anni, a dispetto delle premesse, ha dimostrato di essere in grado di gestire il potere in modo eccellente. Ha consolidato la propria posizione pur essendo molto giovane, ed è riuscito a diventare molto popolare. Come osservo nel libro, il suo modo di fare politica è diverso principalmente perché è un millennial. Di fatto è il primo leader millennial che abbiamo avuto la possibilità di osservare in azione. Penso che in questo Kim Jong-Un incarni un po’ quella che sarà la figura del dittatore del XXI secolo».

Di che tipo di dittatore si tratta?

«Secondo me il primo elemento costitutivo è un grande pragmatismo. Il dittatore del XXI secolo si è lasciato alle spalle l’approccio ideologico tipo del secolo precedente e si muove secondo le regole della Realpolitik. In questo senso è un ritorno alle regole del XIX secolo».

Altri elementi?

«Un’altra caratteristica del dittatore millennial è la comprensione di vivere in un mondo globalizzato. Un mondo in cui la comunicazione è importantissima. Da questo punto di vista Kim Jong-Un è un leader assolutamente contemporaneo: interagisce con il popolo, partecipa all’inaugurazione degli asili, fa costruire parchi, si fa vedere in giro con la moglie».

Per la Corea del Nord è una novità, in effetti.

«Il padre, Kim Jong Il, era una sorta di recluso. Ai suoi tempi la distanza fra potere e popolazione era enorme. Ora la percezione comune è che quella distanza si è accorciata. Ancora, è una caratteristica del dittatore millennial».

La Corea del Nord è descritta sempre come uno degli ultimi paesi comunisti. Eppure l’ideologia ufficiale di Pyongyang, la Juche, non ha molto del marxismo.

«Infatti, la Corea del Nord non è un paese comunista. Al contrario è un paese profondamente nazionalista, di destra. L’ideologia si basa sul concetto della razza e della sua purezza. Secondo questo principio i nordcoreani sono i rappresentanti della razza più pura, e ciò fa della Corea del Nord il paese migliore del mondo. Insomma, un nazionalismo sfrenato che ricorda gli inizi del XX secolo in Europa, ma che non si può assolutamente definire comunista. Tanto più che c’è anche un sistema di caste».

In che senso?

«È un sistema basato sul sangue, ma che non ha nulla a che vedere con la classica aristocrazia ereditaria. Le famiglie dell’élite sono definite dalla loro vicinanza alla leadership. Questo vale in particolar modo per i discendenti di coloro i quali portarono avanti la lotta contro il colonizzatore giapponese, assieme a Kim Il Sung, e poi edificarono la Corea del Nord dopo la sanguinosissima guerra di inizio anni Cinquanta. Insomma, da questo punto di vista Pyongyang non ha davvero nulla in comune con Cuba, che era e rimane ancora oggi un regime socialista e comunista».

Sulla Corea del Nord capita di leggere notizie difficili da verificare, molto improbabili. Cosa che non avviene per altri paesi, pur percepiti come nemici, come ad esempio l’Iran. Qual è la ragione di questa “unicità”?

«Il sottotitolo del libro è “il nemico necessario”. Penso sia veramente la chiave di lettura di quel che succede. Dall’89 in poi abbiamo assistito all’espansione della democrazia e del libero mercato. Anche paesi come l’Iran, soprattutto dopo gli accordi fatti come l’amministrazione Obama, rientrano nel sistema per cui il libero mercato è la regola principale. Solo che, se lo analizziamo da vicino, questo processo non ha funzionato molto bene. Non è che in Iraq o in Afghanistan si stia molto bene oggi. Il modello è fallito e non vogliamo ammetterlo, perché farlo ci metterebbe in crisi. Così ci siamo costruiti un nemico ad hoc: un regime comunista in mano a un pazzo dittatoriale. Serve un po’ a consolarci. Se c’è un attacco terroristico a Kabul pensiamo che, se non altro, a Pyongyang stanno peggio. Il che è paradossale, visto che in Corea del Nord, almeno, nessuno salta in aria».

L’elemento nucleare?

«Sono convinta che la Corea del Nord non abbia nessuna intenzione di nuclearizzare New York. Penso però abbia voluto far sapere al mondo che potrebbe farlo, perché è il più grande deterrente possibile. In fondo i nordcoreani vogliono essere lasciati in pace. Il problema è come si risponde a questo fatto. La Corea del Nord non è l’unico paese pericoloso dotato di arma atomica. L’accanimento nei loro confronti deriva proprio da questo ruolo di “nemico necessario”».

Il contrasto fra può degenerare in uno scontro?

«Dipende da come verrà gestita la tensione. Se Pyongyang si sentirà minacciata dagli Stati Uniti e penserà di essere sul punto di subire un attacco, userà l’arma nucleare. Detto questo, spero che gli Usa non facciano un errore di questo tipo. Non mi sembra uno scenario praticabile. Anche se a questo punto tutto è possibile».

Il presidente americano Trump non è un uomo prevedibilissimo.

«No, non è prevedibilissimo. Ma la cosa che mi conforta è che per un attacco del genere non basta che Trump prema il famoso bottone. C’è tutta una trafila di sicurezza che gli impedirebbe di farlo. Se dovesse venirgli

la voglia di farlo, si spera che qualcuno lo fermi e gli spieghi che non ne vale la pena. Non ho percentuali, ma penso ci siano davvero pochissime possibilità che le tensioni degenerino in un conflitto. Dopodiché, viviamo in un mondo imprevedibile».

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