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Finazzer Flory: «Così divento Baudelaire sul grande schermo»

L’artista presenta domani in anteprima al Nazionale di Trieste il film in cui interpreta il poeta a spasso nella Parigi di oggi

«Baudelaire è spleen e ideale, malinconia e idealismo: sarebbe stato benissimo a Trieste»: a dirlo è l’attore, drammaturgo e saggista monfalconese Massimiliano Finazzer Flory autore e interprete di “Parigi, Baudelaire”, un film-omaggio al grande poeta a 150 anni dalla scomparsa tutto girato nella capitale francese. Finazzer Flory, che nel 2017 ha ricevuto “Il Sigillo Trecentesco della Città di Trieste” e nel film compare nei panni del poeta, presenterà “Parigi, Baudelaire” in anteprima a Trieste domani, al Cinema Nazionale alle 18.30. Finazzer Flory non è nuovo all’idea di “reincarnare” grandi uomini di cultura riportandoli sui loro luoghi originari: il 6 aprile interpreterà “Essere Leonardo Da Vinci” a Gradisca, sulle tracce di una visita di Leonardo sulle rive dell’Isonzo. “Parigi, Baudelaire” invece, coprodotto con la Francia, inizia sulla tomba del poeta al cimitero di Montparnasse e finisce all’Hotel du Quai-Voltaire nella stanza d’albergo, oggi prenotabile, dove Charles Baudelaire ha scritto “I fiori del male”. Una “passeggiata poetica” in diciassette luoghi dove Baudelaire, che ha sempre vissuto la Ville Lumière intensamente, si è fermato a pensare o scrivere poesie e prose, come “Il mio cuore messo a nudo”, “All’una del mattino”, “Lo straniero” e “La moneta falsa”. Di fronte al Bataclan, il teatro dove l’attacco terroristico del novembre 2015 ha ucciso novanta persone, Finazzer Flory ha scelto di recitare le domande dei “Diari intimi”: «Dove sono i nostri amici morti? Perché siamo qui?».

Perché un omaggio a Charles Baudelaire?

«È forse - risponde Finazzer Flory - l’ultimo poeta della nostra modernità che ci abbia indicato il declino dell’Europa, e quindi dell’occidente. La sua grandezza è di riuscire a cantare anche il brutto e il male come una forma di estetica alla quale non possiamo sottrarci. E poi Baudelaire anticipa la critica al cinema e alla fotografia: dice che i pittori non dipingono più ciò che sognano ma ciò che vedono. Che le arti, insomma, sarebbero diventate rappresentative e non allegoriche. E se “il pittore dipinge solo ciò che vede”, abbiamo Instagram: tutti spunti di una riflessione più ampia».

Come ha unito poesia e cinema?

«In una passeggiata che mette insieme la parola lenta del poeta con l’immagine di lui che cammina tra il fluire anarchico e spontaneo della Parigi contemporanea. Non c’è nessuna comparsa, trucco o parrucco, nessun intervento di postproduzione: ne sarebbe uscita una caricatura. Baudelaire è ripreso nel suo essere dandy ma anche decadente: nel film vedrete sudore e capelli spettinati».

Perché Baudelaire sarebbe stato bene a Trieste?

«Per la sua commistione di spleen e idealismo. Ma la malinconia a Trieste viene dissimulata dal “witz”, che diventa la forma politica della nostalgia.».

Com’è il suo Baudelaire?

«Ho scelto un recitato misurato. Anche nei suoi gesti fotografici il poeta era molto controllato, non metteva in luce i suoi momenti allucinogeni o quando era sotto l’effetto della droga. E poi ho cercato il suo vissuto: ne

“Il vino dei cenciaioli”, per esempio, conosce l’esperienza di chi chiede del vino perché non ha nient’altro nella vita».

Cos’è rimasto oggi di Baudelaire?

«La verità di un uomo che ha dedicato tutta la sua vita alla poesia».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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