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Torna a Lubiana lo “Scandalo” di Ivan Cankar

Lo spettacolo del 1907 oggi firmato dal regista Eduard Miler sta diventando un caso politico

Tutta Lubiana è piena dei poster di una ragazza black, anzi meticcia, sguardo fiero, che guarda diritto nell’obiettivo; lo stesso viso è finito sulla prima pagina di Mladina, il settimanale sloveno più impegnato e di sinistra. Cosa succede? Teatro, ma anche, finalmente, una pièce che provoca e parla di politica, anche se è stata scritta nel 1907: è la nuova messinscena di “Pohujšanje v dolini Sentflorjanski” di Ivan Cankar, forse il più famoso scrittore sloveno, al Cankarjev Dom (repliche fino a maggio). In italiano tradotto come “Scandalo nella valle di San Floriano”, anche se “pohujšanje” è qualcosa di più di uno scandalo, è un’umiliazione a sfondo sessuale; qui ha la splendida regia di Eduard Miler, cupa e ritmata, con grandi pareti dove vengono proiettate, come in un video d’arte alla Biennale, visi e movimenti degli attori. E poi ci sono loro, gli avventurieri che arrivano da fuori, i protagonisti: Peter (Uroš Smolej), e Jacinta, ovvero Maša Kagao Knez, black ma nata a Lubiana da madre slovena, ballerina e coreografa come lei. Nella pièce è selvaggia, tribale, danza scalza, punta un dito accusatorio contro la mentalità piccolo borghese di allora. E di oggi. Ivan Cankar sarebbe contento, e probabilmente sorpreso, nel vedere quanto la sua pièce (molto male accolta all’epoca), sia ancora capace di scatenare gli animi. Il momento è giusto: l’Europa, e in particolare la piccola Slovenia, si sente accerchiata da un’ondata di migranti e rifugiati, persone in fuga dalla guerra o semplicemente in cerca di un futuro migliore. Come Peter e Jacinta, raccontati nella farsa di Cankar. Adesso come allora, la reazione di fronte a ciò che è nuovo, sconosciuto, “foresto”, è di paura. Ma chiudersi è impossibile: il rischio è l’implosione. Lo scandalo e la violenza spesso non vengono da fuori, ma da dentro. E, come mostra Cankar, i segreti, le ipocrisie, i sospetti di una società troppo chiusa e ripiegata in se stessa, alla fine esplodono. La sala piena nel teatro di Lubiana, però, dimostra questo: la voglia di interrogarsi, di pensarci. Anche in una “dolina”, una valle chiusa. E la regia, certo, visionaria e potente, come la scenografia di Branko Hojnik, aiuta. Ed è bello vedere Cankar a casa sua: ovvero al Cankarjev Dom, il teatro e spazio culturale a lui dedicato, in questa piazza orgoglio Yugo; edifici e spazio progettati da Edvard Ravnikar negli anni Ottanta. Che quest’anno verranno celebrati in una grande mostra al Moma di New York: “Toward a concrete utopia – Architecture in Yugoslavia 1948-1980” (dal 15 luglio). Dove “concrete” è un gioco di parole: un’utopia concreta, certo, ma anche fatta di cemento, allusione alle architetture brutaliste nei Balcani, all’epoca. Ora, amatissime dagli architetti

di tutto il mondo. Ma questa è tutta un’altra storia. O forse, un motivo di più per andare a Lubiana. I biglietti per “Pohujšanje v dolini Sentflorjanski” di Ivan Cankar per la regia di Eduard Miler si possono comprare anche on line, le repliche sono fino a maggio.



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