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La verandina goriziana di Bonaparte

È lì che il Generale decide l’offensiva su Trieste ma il suo busto si trova a Palazzo Coronini

Nel Litorale la Grande guerra ha portato in dote il cambio repentino di appartenenza e, con essa, tutto ciò che v’era prima si è rifugiato da qualche altra parte. Cercare i francesi sembra operazione complicatissima anche a Gorizia, fino all’incontro con Enrico che, dal banco informazioni di palazzo Attems-Petzenstein, traccia la via verso la memoria. «Vada a palazzo Coronini-Cronberg: lì conservano intatto un busto di Napoleone ancora in veste di Generale e non di Imperatore». Il suo sembra essere un riposo eterno.

La notte del 21 marzo 1797 il profumo della primavera inizia a farsi sentire. Le mattine sembrano più tiepide. Nelle osterie le imprecazioni si sprecano, le bestemmie placano le frustrazioni, almeno temporaneamente, nelle notti ostili, nelle preoccupazioni delle stanze da letto. I soldati vagano lungo le stradine della città. Affermano che resteranno qui a lungo. A Trieste i cittadini sono incuriositi da questi francesi. La penna del console d’Olanda Baraux scrive al suo omologo a Venezia che i triestini non sembrano spaventati. La realtà è che forse pochi hanno capito che toccherà a loro, tra qualche giorno.

Gioacchino Murat, a Gorizia, prende alloggio a casa Ritter. «Devi cercarla nel rione di Straccis, lì la famiglia aveva costruito il suo impero» racconta una signora in un bar del centro. No, casa Ritter non è quella. Oggi per ritrovarla bisogna recarsi in municipio, palazzo Attems-Santacroce. Sulla facciata viene sbandierata l’italianità dell’unica città che Cadorna conquistò con le armi, stuprandone l’anima precedente. L’atrio del palazzo è vuoto, tranne che per una carrozza che dalla seconda metà dell’Ottocento iniziò ad essere utilizzata da moltissimi goriziani.

Prima di coricarsi, Murat e Bernadotte prendono possesso dei magazzini della città e oltre 6mila fucili. In guerra il bisogno di essere superiori al nemico è quotidiano, certamente terapeutico per le ansie della truppa. Il capoluogo isontino sembra dormire. Da palazzo Coronini rieccheggia la memoria dei Borboni sepolti a Castagnevizza, compreso Carlo X, uno dei pochi a morire di colera in quell’anno. L’Eliseo ha richiesto alla Slovenia la restituzione delle salme più volte. «Ogni volta che le hanno chieste è scoppiata una guerra» racconta Enrico di palazzo Attems-Petzenstein. E cita: «La franco-prussiana, la Prima e la Seconda guerra mondiale. Speriamo non le chiedano di nuovo».

L’abbandono di una certa memoria potrebbe essere riassunto nella visione dei primi giorni di viaggio: sul tetto della vecchia caserma La Marmora all’interno del castello di Gradisca cresce ormai da anni un larice, con il beneplacito dello Stato, proprietario dell’immobile. Per le vicende napoleoniche non è che in fondo vada meglio.

Una certa aria di spaesamento la si vive anche quando finalmente si riesce a entrare a palazzo de Grazia. Napoleone arriva qui e chiede questa casa «perché dicono avesse una predilezione per le camere con la veranda» spiega Claudio Liviero, direttore della Scuola di Musica ospitata all’interno della struttura. «Il fatto è che si è saputo del soggiorno di Napoleone non moltissimi anni fa e quindi ciò che si può vedere non è indirizzato alla memoria francese».

Il Corso entra nel cortile e si dirige verso i piani alti, quelli dove oggi è conservato un suo dipinto e dove ci si immerge nello stile orientaleggiante delle pareti, protetti dai lampadari e da un pianoforte antico. «Una leggenda vuole che abbia richiesto una carrozza con dei cavalli che poi non restituì» racconta Liviero. «L’ha fatto perché il suo non era più in grado di proseguire» ribatte una signora dietro al banco informazioni. Sarà, però ciò che si sente è il trapasso di un’epoca. Nel tardo pomeriggio di novembre questo luogo rispolvera la luce soffusa delle candele, il buio delle facciate del palazzo, alcune palme che crescono vertiginosamente verso il cielo, a cercar la luce della mattina; poi si sentono dei passi decisi, uno dietro l’altro, come se stessero salendo la scalinata interna.

È Giuseppe Krizman, vicario del vescovo. Le parole di Napoleone si sentono fino al pianterreno. «Mi duole vivamente che il vescovo non abbia voluto rimanere con il suo gregge. Lo sa che non è nostra intenzione modificare alcunché, vero?». Il vertice dell’arcidiocesi goriziana se n’è andato, fuggito chissà dove. Un po’ come le notizie che oggi dall’arcidiocesi faticano ad arrivare. Bonaparte si siede e inizia a trascrivere: «Un timore ingiusto ha preceduto l’armata francese. Noi non siamo venuti qui per conquistarvi, né per cangiare i vostri costumi e la vostra religione. La Repubblica francese è l’amica di tutte le nazioni. Guai ai re, che hanno la follia di guerreggiare contro di essa!». È il Primo Germinale, ovvero il 21 di marzo. Il manifesto riporta “Libertà” e “Eguaglianza”: la Fratellanza sembra già scomparsa.

Davanti a palazzo de Grazia passano tre ragazzi afgani: uno è seduto sul sellino di una bicicletta molto piccola, di quelle che utilizzano altri ragazzi per portare i depliant pubblicitari dei supermercati e dei centri commerciali di casa in casa. Tutt’attorno si fa buio e un uomo sulla sessantina chiacchiera amabilmente da solo. Il Generale stabilisce il suo quartier generale proprio a Gorizia. La notte però ha molti pensieri. Le sue truppe dall’altra parte del fiume Isonzo, quelle dislocate nei pressi di Tolmino, il sogno di riuscire a prendere Vienna prima possibile. Lo spirito lo porta a rivolgere un’attenzione particolare alla città di Trieste, all’emporio e alle ricchezze che a fiumi scorrono in quel luogo.

La mattina del 22 marzo la popolazione di Gorizia freme. Si è sparsa la voce dei movimenti di truppe lungo tutto il corso del fiume. Da palazzo de Grazia, dopo aver ricevuto alcune persone giunte qui da Udine, il Corso prende una decisione. È Trieste l’obiettivo: «Dovrete inviare una deputazione di magistrati per accordare l’ingresso delle truppe francesi in città» scrive alle autorità triestine. È questo il momento preciso in cui la situazione, calma e colma di curiosità proveniente dal mare, si trasforma in enorme perplessità.

Così ordinando, il giorno dopo verso l’ora di pranzo, i reggimenti di cavalleria alle dipendenze di Murat e Dugua si rimettono in marcia. Nel 1797 viene redatta una mappa dettagliatissima del Friuli e del Litorale dal maestro Capellaris. Sovrapponendola con quella odierna ecco che emerge la pista seguita dai francesi. Dopo qualche ora gli scarponi alzano nuovamente la polvere, et voilà, scalpitano i battiti del cuore. Il respiro si affanna e il sudore resta sotto i vestiti. Vertoiba resta sulla sinistra, oltre un confine pressoché inesistente all’epoca, mentre Doberdò sulla destra, si scherma a protezione del lago che ricomincia a tinteggiare le sue foglie di verde chiaro. I reggimenti che partono da Gorizia seguono verosimilmente la strada che oggi viene chiamata il Vallone, meta scontata per i raccoglitori di asparagi selvatici, quelli della domenica. Percorrerla a bordo strada oggi significa lasciarci la pelle.

I camion che sono diretti allo scalo di Gorizia sfrecciano incuranti delle utilitarie o dei ciclisti. Viene da chiedersi se non fossero preferibili le marce militari di un tempo agli autoscontri sull’asfalto contemporaneo.

(3-Continua)

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