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Il letto dell’Imperatore

Murat e Bernadotte guidano l’ingresso dei francesi a Gorizia Bonaparte arriva per la notte ma la sua stanza non esiste più

La mattina del 21 marzo Gradisca si sveglia francese. È il primo giorno di primavera. L’aria dovrebbe palesarsi più leggera rispetto al freddo dell’inverno appena passato e invece la città sembra soffrire di un’aritmia difficilmente riequilibrabile.

Bonaparte si sveglia a palazzo de Fin, dove nell’atrio campeggiava una targa, prima del 1916: “Napoleone I, reduce da Trieste nell’anno 1797, qui pernottava”. Il sollievo per poter osservare un segno di questa memoria scomparsa fa il paio con l’errore dell’epigrafe. Il Corso infatti prese alloggio qui non di ritorno da Trieste, bensì un mese prima.

Sembra di rivivere quegli attimi concitati, colmi di attesa da parte della famiglia de Fin e di trionfo da parte francese. «Il Fai ogni tanto organizza qualche visita guidata, ma è la dottoressa Maria Masau Dan che si è presa a cuore questo luogo» racconta Enzo Boscarol, assessore alla Cultura del Comune di Gradisca. Il palazzo tuttavia ha subìto la distruzione durante la Prima guerra mondiale. Ad oggi sono undici le famiglie che vivono al suo interno e sembra che la stanza dove dormì Napoleone non esista più. Sulla visita aleggia lo spauracchio di un’assemblea condominiale che tuttavia non si farà.

È Marco, titolare della cartoleria dentro al palazzo, che apre il portone. «Il roseto di Bonaparte è laggiù in fondo» racconta. A volte una rosa può suscitare emozioni anche tra i più scettici. Il giardino un tempo era all’italiana, con i vialetti di ghiaia e le statue. Oggi la bellezza risiede nella biodiversità presente: ci sono cedri, alberi di Giuda, magnolie, un rovere enorme e con le foglie ramate, un melograno, una fontana, un agrifoglio, cipressi, un calicanto e un falso glicine. È proprietà privata, anche se sembrerebbe più giusto che fosse la Sovrintendenza a occuparsene.

Le truppe francesi entrano a Gorizia la sera del 21 con alla testa Murat e Bernadotte. Gli animi non sembrano molto sereni. Gorizia è molto importante, soprattutto strategicamente. Il Generale in capo all’Armata d’Italia rimane a Gradisca, seguendo le operazioni da distante. I giorni precedenti, da Sdraussina, ha ordinato di intimorire Gradisca minacciando bombardamenti. In paese non ci sono segni del suo passaggio, né tantomeno memorie precise. Le vicende sette-ottocentesche qui sono state fatte prigioniere dalla Prima guerra mondiale. Le sovrapposizioni storiche, le loro ribalte e le scomparse, in questo territorio sono da ricercarsi ben prima del Novecento.

Il viaggio verso Gorizia, la Nizza dell’Impero, riprende dunque il 21 marzo. Risalendo verso nordest, gli abitati di Moraro, Capriva e Lucinico riposano in un sonno che fa presagire le suggestioni che la narrazione può produrre. Dove dormono i generali napoleonici?

È a qualche chilometro da Gradisca che fa la sua comparsa un cognome importante: Codelli è il nome della famiglia che intreccia la sua storia con il territorio isontino. La percezione successiva alle ricerche e allo studio viene meno, quando il palazzo che porta il nome della nobile famiglia quasi si sdoppia. Villa Codelli sta a Mossa ma anche a Gorizia dove oggi si chiama palazzo Coblenz ed è sede arcivescovile. Le foglie si staccano dagli alberi in un moto verosimilmente perpetuo. La tavolozza dei colori da cui attingere per completare il quadro e dipingere il paesaggio fa tramontare definitivamente l’estate.

Quando le truppe francesi giungono a Gorizia, la Natura sta per esplodere. Villa Codelli, con i suoi cinquanta ettari e la sua enorme capacità ricettiva, avrebbe potuto rappresentare una buona dimora per i francesi? Tutto ripresenta quel dimenticatoio dove finiscono le storie poco conosciute. La signora Elvia mette su un caffè e cerca di ricordare: «Valisella sembra essere il luogo dove nasce il Tocai».

Salendo a piedi dalla castaldia verso nord a un tratto ci si imbatte in una quercia di ben ottocento anni. «Leggenda vuole che abbia bruciato per giorni e giorni, senza smettere. È il simbolo di Mossa per tutti» racconta Elvia. Questa dimora sembrerebbe perfetta per i francesi di fine Settecento: le piastrelle dell’osteria sono in cotto, i piatti appesi alle pareti ricopiano cinciallegre mentre un’anfora riposa tra i quadri e la stampa di tale Johannes Vermur, pittore del XVII secolo.

Il rumore della guerra non si sente più. Alcuni picchi bucano i serramenti in legno della struttura e i proprietari – oggi l’ingegner Carlo Antonio Turco e la baronessa Luisa Maria Codelli – non possono sostituirli, a causa della Sovrintendenza che non permette questo tipo di lavori di ristrutturazione. È veramente questo il palazzo dove i napoleonici sostarono per una notte oppure è a Gorizia?

Gorizia è laggiù, in fondo all’ansa che l’Isonzo tratteggia. Passeggiando lungo la città niente sembra ricordare un passato francese, seppur di breve periodo. Il cancello dell’arcidiocesi ospita un cartello di lavori in corso.

La piccola targa gialla con la scritta nera recita palazzo Coblenz, anche se al tempo della venuta dei francesi i suoi proprietari erano i Codelli, gli stessi di Mossa. Le impiegate dell’archivio dell’arcidiocesi sono gentili. «Qua dentro? I generali di Napoleone? Guardi, provi a contattare il nostro notaio, lui sicuramente ne sa di più».

Gorizia sembra dormire. Napoleone attende ancora prima di mettere piede in città. Nei pressi della piazza vagano come ombre alcuni migranti. Le edicole di legno delle storiche botteghe ricordano vagamente quelle del centro storico di Pisino, in Istria. A due passi da qui le immagini dei soldati napoleonici si sommano a quelle dei miserabili che passavano le notti sotto un tetto chiamato galleria Bombi finché non sono stati cacciati.

Improvvisamente si sente il calpestìo delle truppe. Stanno arrivando ma non si capisce da dove provenga il rumore. Gli zoccoli dei cavalli aumentano il frastuono, lo sguardo si volta vertiginosamente da sinistra a destra; gli abitanti sembrano nascondersi, c’è chi fugge, chi invece rimane immobile dietro ad un albero. È il Generale in capo all’Armata d’Italia. Ha deciso di prendere alloggio a palazzo de Grazia, a due passi dalla sede odierna dell’Università.

Un generale con due ufficiali dei Carabinieri passeggiano neanche fossimo a Sant’Ilario. Una bicicletta taglia la strada ad alcuni pedoni. Dall’esterno nessuna targa, nessuna indicazione, la solita sepoltura frettolosa. La gestione di questa struttura, recuperata dal Comune dopo moltissimi anni di chiusura, è oggi affidata alla Scuola di Musica. «Il palazzo è aperto ogni sera dalle 17 alle 19 in ragione delle lezioni degli studenti» racconta il direttore della Scuola stessa Claudio Liviero.

Il buio oscura la vista sulla città. Le anime dei goriziani vagano tra i ricordi più recenti

e un sonno non sempre lieve. Ci sono archi temporali che vengono cancellati in ragione di violenze capaci di radere al suolo anche le menti più brillanti. Gorizia, il passaggio napoleonico sembra averlo dimenticato.

(2-Continua)

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