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È pieno di sogni dai mille colori il Diario di Anne

L’opera di Folman con i disegni di Polonsky da domani in edicola con questo giornale 

Se c’è un libro che tutti i ragazzi dovrebbero leggere, quello è il Diario di Anne Frank. Perché è la testimonianza più straordinaria che ci è arrivata dalla Storia di una “giovinezza senza domani”, come scrisse Primo Levi in una poesia.

Pubblicato per la prima volta nel 1947, il Diario – in realtà i diari, perché Anne, che sognava di fare la scrittrice, lavorò su due versioni, la seconda più raffinata dal punto di vista letterario ma non completamente sovrapponibile alla precedente – è la storia di una ragazza che si affida alla scrittura per arrivare al mondo in vita oltre le finestre sigillate dei locali nascosti in un edificio al 263 di Prinsengracht a Amsterdam, dove lei, la sua famiglia e quattro amici, rimasero clandestini per più di due anni, prima di essere scoperti dai nazisti e deportati in campi di sterminio. Attualmente, come riporta sul proprio sito il Museo-casa di Anna Frank, del Diario si contano 70 traduzioni, per 30 milioni di copie vendute.

La versione in forma di graphic novel che sarà proposta a partire da domani in abbinata con questo giornale è una delle più recenti, e tra le più originali. A firmarla sono due autori israeliani: Ari Folman, regista, per la sceneggiatura, e David Polonsky, disegnatore, per l’illustrazione. Due nomi già noti al grande pubblico per il film d’animazione Valzer con Bashir che vinse il Golden Globe come miglior film straniero nel 2009, oltre a essere stato candidato agli Oscar.

La versione fumetto del diario che Anne iniziò a scrivere quando aveva tredici anni è nata in collaborazione con l’Anne Frank Fonds, la fondazione creata da Otto Frank, il padre di Anne e unico membro della famiglia Frank che tornò vivo dai campi di concentramento. È la prima versione “grafica” autorizzata dalla stessa fondazione, che si è data lo scopo di mantenere viva la memoria di Anne e del suo messaggio. E la formula della graphic novel, un genere che sta raccogliendo sempre più consensi, non solo tra i più giovani, «è la perfetta soluzione per le nuove generazioni», ha sottolineato Ari Folman, lui stesso figlio di sopravvissuti ai campi di sterminio, durante la presentazione del libro. «Temo – ha anche spiegato – che stia arrivando il momento in cui non ci saranno più sopravvissuti all’Olocausto, e neppure testimoni in grado di raccontare le loro storie».

«C’è il rischio che quanto abbiamo imparato dall’Olocausto non venga più insegnato e appreso se non si trova un nuovo linguaggio per i giovani». E il “nuovo linguaggio” lui e Polonsky l’hanno individuato, visto il successo del libro che ha meritato 50 traduzioni. Fresco, vivace, come lo sguardo sulla vita di quell’adolescente nata a Francoforte, poi trasferitasi con la famiglia ad Amsterdam dopo l’ascesa dei nazionalsocialisti in Germania e l’intensificarsi di violenze contro gli ebrei, che per 743 giorni si trovò costretta a vivere in punta di piedi in una scatola dalle pareti sottili, in compagnia della solitudine. Anne è ironica, brillante, ma anche impulsiva, nervosa e sarcastica, impaurita e piena di sogni e di speranze, nelle belle tavole di Folman e Polonsky che interpretano una parte del Diario, «per sceneggiarlo completamente – ha detto Folman – non sarebbero bastate 3.500 pagine». I due autori si concedono alcune gustose citazioni, come quella di rappresentare Anne come l’Urlo di Munch o quella in cui c’è un evidente riferimento a Klimt. Giocano con garbata intelligenza anche sulla sua ossessione per il cibo. Ma nel complesso restano fedeli al testo ufficiale approvato dall’Anne Frank Fonds: anche tra le vignette Anne è quella che ha saputo raccontare a sé stessa e a chi la legge il mondo che aveva dentro e quello che percepiva.

L’ultima pagina del Diario, l’amica Kitty come l’aveva battezzato Anne, porta la data del primo agosto 1944. Tre giorni
più tardi i nazisti fecero irruzione nel nascondiglio in Prinsengracht, deportando i suoi occupanti. Anne morì nel febbraio dell’anno successivo nel campo di Bergen-Belsen. Ma continua a vivere nel dialogo con i suoi lettori, ora più empaticamente che mai.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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