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“Bora”, due voci vent’anni dopo raccontano uno strappo vivo

Ritorna il classico della letteratura dell’esodo di Anna Maria Mori e Nelida Milani

Con un inedito sottotitolo, “Istria, il vento dell’esilio”, e con un’introduzione di Guido Crainz, ritorna per le edizioni Marsilio un classico della letteratura dell’esodo, “Bora”. Scritta a quattro mani, la doppia autobiografia si avvaleva della testimonianza di Nelida Milani, la cui famiglia scelse, alla fine della guerra, di rimanere a Pola, e di quella di Anna Maria Mori, i cui parenti, al contrario, decisero di partire per l’Italia.

In entrambi i casi la risoluzione era maturata dopo aver subito prove molto dure. Ma cosa era successo poi? L’una si era sentita straniera nella città dove era nata, vuotata della sua gente e abitata da altri: eppure, obbligata ad imparare una nuova lingua, il croato, si è abituata a una nuova toponomastica, ha accettato la slavizzazione dei nomi, si è adattata a un nuovo regime politico, il comunismo, che tra l’altro l’ha privata di un passato benessere anche materiale.

L’altra, che ha dovuto abbandonare una posizione sociale ed economica ragguardevole, si è ritrovata profuga e, seppur poteva continuare a parlare la sua lingua e a vivere in un sistema democratico, sentiva di essere percepita come estranea in patria e di venire odiata per colpe che sapeva di non aver commesso: essere stata fascista. Dunque venivano raccontate due condizioni in cui c’era un prima rassicurante, il tempo protetto dell’infanzia, e un dopo traumatico, in cui tutte le sicurezze acquisite erano state azzerate. Le due narrazioni si intrecciavano in un dialogo appassionato in cui ognuna rispondeva alle domanda dell’altra sulle presunte responsabilità dei “rimasti” e degli “andati” rispetto alla situazione degli istriani.

Il libro è stato scritto nel 1998, quando il comunismo era caduto, la Croazia non faceva più parte della Jugoslavia, e la convivenza tra le due etnie in quelle zone si era stabilizzata; il dramma dell’esodo invece era ancora in gran parte sconosciuto. Solo nel 2005, infatti, verrà istituito il Giorno del ricordo, solennità civile italiana celebrata il 10 febbraio.

Ma se diverse sono le prospettive delle due scrittrici, unico è il punto di vista, decisamente femminile, come viene esplicitamente dichiarato, per il «coraggio di analizzare, per cambiarlo, un principio di “virilità” che continua a fondarsi, da sempre, sul vino e sul sangue, sull’inevitabilità “positiva” della guerra e della prova di forza fisica», per nascondere quella che è invece una «debolezza morale» degli uomini.

È un messaggio più che mai attuale se, paradossalmente, proprio durante la guerra nell’ex Jugoslavia, sono state le donne in nero a manifestare nelle strade e nelle piazze di Belgrado contro ogni ideologia interprete dei destini della nazione che consideri l’altro solamente come nemico. Nelida Milani Kruljac è riuscita, con dolore e con coraggio, a superare il trauma, cercando empaticamente di adattarsi alle circostanze. Si è saputa creare un mondo affettivamente solido, accontentandosi di apprezzare le cose essenziali della vita e finendo per innamorarsi di un gentilissimo ingegnere croato.

Anna Maria Mori ha provato invece a separare il proprio “io” da un “noi” collettivo in cui non si riconosceva. La responsabilità per aver distrutto intere famiglie viene dunque addebitata anche a una nazione che non è poi stata neppure capace di proteggere le vittime che ha provocato, e che non è quella che molti istriani pensano sia. Mori ha adottato un punto di vista femminilmente straniante, capace di fare piazza pulita di stereotipi di comodo e di nazionalismi violenti, permettendole così di dimostrare anche a se stessa la propria integrità. La sua strategia immediata è stata negare la propria origine istriana per evitare di essere etichettata come profuga. Salvo poi decidersi, dopo molti anni e molte riflessioni, ad andare alla ricerca di un passato che in quei luoghi da lei
forzatamente abbandonati ha ritrovato integro, seppur non più suo. Ha così potuto finalmente ricomporre un io che l’esodo aveva diviso dalla foto sbiadita di quel “sé” bambina, scattata quando Pola era ancora l’Heimat felice, seppur ormai irrecuperabile.

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