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Di scena i ribelli triestini nel ’68

Il contributo ai film dell’epoca di interpreti come Marino Masè e Rada Rassimov

Fuoco alle polveri. È appena iniziato il cinquantenario del Sessantotto e il Trieste Film Festival organizza una retrospettiva curata da due superesperti come Roberto Silvestri e Mariuccia Ciotta. Ma l’occasione diventa propizia anche per ricordare quanto la “Trieste ribelle” ha dato, in termini di personalità significative, al’68 cinematografico italiano e internazionale.

Alcuni interpreti oggi semidimenticati ma abbastanza formidabili, al centro all’epoca di quella scena fiammeggiante, crescevano qui in un contesto fertile, al Teatro Stabile o nel movimento Arte Viva di Miela Reina o alla nascente Cappella Underground. E approdavano poi sul Tevere al Centro sperimentale di cinematografia e a Cinecittà, lavorando con registi tra i più importanti di allora, da Bellocchio a Ferreri, da Godard a Glauber Rocha. Da Trieste, attori e attrici come Marino Masè, Rada Rassimov, Daniela Surina e Marisa Bartoli portavano a Roma, e nel cinema della contestazione, i fermenti della città occidentale più vicina all’Est (insieme a Berlino). Dove nel’65, ad esempio, il Living Theatre diede una delle prime e più clamorose rappresentazioni in Europa della sua ideologia anarco-pacifista.

Il primo triestino ribelle a Cinecittà è Marino Masè. Classe 1939, bruno, lineamenti regolari, fotogenico, non è neanche ventenne quando supera le selezioni del laboratorio di giovani attori della Vides di Franco Cristaldi. Poi, dopo il teatro con Alessandro Fersen e Visconti, Masè arriva al cinema con una grande occasione. È uno dei due sprovveduti protagonisti (Ulysses) di “Les carabiniers” (1963) di Jean-Luc Godard, film pre-sessantottesco per eccellenza. In questo apologo anarchico e provocatorio, insieme al fratello baraccato Masè viene reclutato da due carabinieri in una guerra assurda in cui loro potranno commettere ogni crimine in nome della legge, salvo venire alla fine fucilati. Dopo Godard, per lui arriva un ruolo di rilievo con Marco Bellocchio, che lo vuole nel suo iconoclastico debutto “I pugni in tasca” (1966), un film che segna una svolta nel cinema italiano. In questa storia di ordinaria follia, aspro attacco ai valori familiari cattolico-borghesi, Masè è il fratello maggiore del protagonista Lou Castel, Augusto, tanto “normale” quanto meschino. Qualche anno dopo partecipa a un altro film esemplare di quel clima, “I cannibali” (1970), opera seconda di Liliana Cavani, con Pierre Clementi, in cui sotto un immaginario regime totalitario i cadaveri dei ribelli uccisi giacciono insepolti nelle strade come monito ai sudditi.

Un’altra presenza significativa del cinema di quegli anni è Rada Rassimov. Bellezza bionda, moderna e slanciata, viso ossuto alla Veruschka, l’attrice triestina è ventunenne quando Marco Ferreri la coinvolge ne “Il seme dell’uomo” (1969), storia di sopravissuti dopo una catastrofe atomica, capostipite del filone apocalittico del regista, dove l’iconografia della Pop Art diventa critica feroce della società di massa. Il suo ruolo più importante arriva però l’anno dopo come protagonista de “Il leone a sette teste”, che il regista Glauber Rocha, leader del “cinema nôvo” brasiliano, realizza in Congo con una troupe italo-francese dopo l’esilio dalla dittatura del suo paese. In questo violento pamphlet tra arte e rivoluzione in chiave terzomondista, di impianto godardiano e brechtiano e basato sulle allegorie, Rada simboleggia la figlia dell’imperialismo. Dopo Rocha, la Rassimov è l’hippie Silvana nel dramma anti-borghese “A cuore freddo” (1971) di Riccardo Ghione, ed è la moglie di Mark Frechette, il giovane contestatore protagonista di “Zabriskie Point” di Antonioni, nel suo ultimo film “La grande scrofa nera” (1971) di Filippo Ottoni.

Bruna invece, ma sempre diafana e moderna nella figura e nei suoi personaggi, è Daniela Surina. Nata nel 1942, diplomata al Centro sperimentale, ha 25 anni quando “La Cina è vicina” (1967) di Bellocchio la segnala come uno dei personaggi femminili più emblematici dell’epoca. In questa celebre satira politica la Surina è Giovanna, ragazza del popolo che seduce per vendetta un giovane agiato e, in spregio alla borghesia, si fa mettere incinta dall’ex fidanzato proletario. La nota anche Alberto Moravia: “Daniela Surina è una Giovanna torbida e passiva quanto basta” . Poi, nel cinema d’autore anti-borghese lavora anche con Francesco Maselli in “Fai in fretta ad uccidermi… ho freddo! ” (1967). Si ritaglia uno spazio in questo filone anche Marisa Bartoli, nata a Pola nel 1937 ma cresciuta a Trieste, figlia del sindaco del dopoguerra Gianni Bartoli. Segue i corsi del Teatro Stabile e poi a Roma l’Accademia d’arte drammatica. È la voce di Vanessa Redgrave nell’edizione italiana di “Blow-Up” (1966) di Antonioni, ed esordisce sullo schermo (come
segretaria di Ugo Tognazzi) in pieno’68 con “La bambolona” di Franco Giraldi. Una commedia di costume da rivalutare, con finezze psicologiche in linea con lo stile del regista triestino, e un’ironia mista a rabbia in linea con quei tempi rivoluzionari.

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