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Traffici, ma della conoscenza

Nella monografia della rivista Il Mulino la ripresa della città è legata alla ricerca

Il successo in questi ultimi anni di un movimento come “Trieste libera”, che rivendica l’indipendenza dallo stato italiano, lo dimostra meglio di tante parole: il capoluogo giuliano continua a sentirsi parte del Belpaese fino a un certo punto. Per la posizione geografica decentrata e di confine, che inevitabilmente lo distingue dalla maggior parte delle città italiane di medie e grandi dimensioni e che la scarsa presenza di collegamenti infrastrutturali con il resto dello Stivale contribuisce ad accentuare. Per la composizione demografica, che conta un’importante quota di abitanti provenienti dai paesi balcanici e dell’Est Europa e una parte di cittadinanza che parla un’altra lingua, lo sloveno. Ma soprattutto per una questione storica, legata ai passati splendori sotto l’Impero Austroungarico, che vengono spesso ricordati con un misto di nostalgia e rassegnazione.

Eppure, fatte salve alcune sue specificità, Trieste rappresenta appieno lo specchio di un’Italia che arranca, nonostante sacche più o meno piccole di eccellenza, che spesso giace apatica nell’attesa di eventi salvifici, crogiolandosi a volte fin troppo nella sua ricca e lunga storia, che rappresenta un patrimonio prezioso ma rischia anche di farci perdere quello “sguardo orientato al futuro” fondamentale per la nascita di nuove idee.

È questa l’immagine della città che si può ricavare da “Viaggio in Italia”, il numero monografico che la rivista Il Mulino ha di recente dedicato al nostro Paese. Affidandosi alla sua ampia rete di collaboratori diffusa su tutto il territorio nazionale la rivista bolognese ha raccolto in questo volume di oltre duecento pagine vari contributi dalle regioni d’Italia e da una quarantina di città, tra cui, per il Friuli Venezia Giulia, Udine e Trieste.

L’impresa di raccontare un Paese difficile e bellissimo, come recita il sottotitolo della pubblicazione, è ardua e al Mulino lo sanno bene, tanto che nell’introduzione a questo viaggio, curato da Gianfranco Viesti, professore di economia applicata all’Università di Bari, e da Bruno Simili, vicedirettore della rivista, lo si sottolinea più volte. Si rischia di apparire presuntuosi, dicono dal Mulino, perché la formula del viaggio attraverso la nostra penisola è stata usata duecento anni fa da Goethe e sessant’anni fa da Piovene.

Eppure l’esperimento riesce, perché i vari contributi, affidati a studiosi di diversi campi del sapere, aggiungono nuovi elementi alla comprensione di un’Italia che non si esaurisce nei numeri forniti dalle statistiche. Certo il ritratto che ne esce non è particolarmente esaltante, ma fotografa in modo efficace le ragioni della stagnazione economica degli ultimi anni, collocandole, come necessario, in un contesto globale, e suggerendo alcune soluzioni per uscire da questa impasse.

Perciò nel capitolo dedicato al “Friuli” (con buona pace degli abitanti della Venezia Giulia), a firma dell’economista Antonio Massarutto, si sottolinea il mancato traguardo di una regione che sulla carta, con il venire meno delle barriere nazionali, si è trovata geopoliticamente al centro dell’Europa, ma non si è dotata delle infrastrutture necessarie per collegarsi al cuore pulsante dell’economia continentale. Ma c’è di più: «È un segnale preoccupante - afferma Massarutto - che nonostante gli indubbi vantaggi che derivano dall’opportunità di manovrare la politica industriale, il Friuli rimanga periferia del Nord Est». La svolta potrà esserci solo se la regione imparerà a fare da cerniera tra due mondi ancora scollati, al di qua e al di là del confine. Nella maggior parte dei casi invece le confinanti regioni carinziane e slovene, puntualizza Massarutto, più che come possibili partner vengono viste soprattutto come concorrenti, come mete di delocalizzazione. Tra gli esempi l’autore inserisce il porto di Trieste, di cui enfatizza la rinascita come primo porto italiano per quantità movimentate, ma segnala anche la spietata concorrenza con il porto di Capodistria, che «si candida a sostituire Trieste come terminale del corridoio Baltico-Adriatico».

Anche nel saggio dedicato a Trieste a firma di Romeo Danielis, docente di Economia dell’ateneo giuliano, si analizza la città partendo dal legame inscindibile con il porto, per ricordare come la forte crescita demografica che interessò questo territorio a partire dall’800 e fino al primo dopoguerra ruotasse proprio intorno al commercio marittimo. Oggi, dice Danielis, «le trasformazioni tecnologiche hanno radicalmente mutato i vantaggi competitivi della città e rendono necessaria una continua revisione del modello di specializzazione». Da nodo dei flussi di merci la città sta cercando
di diventare un nodo nei flussi di conoscenza, spiega l’autore, evidenziando il gran numero di enti internazionali di ricerca presenti sul territorio e la recente conquista di Esof 2020. È proprio da qui, secondo Danielis, che bisogna ripartire.

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