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Quegli strani quadri firmati “Pitecus”

Domani al teatro Verdi di Gorizia Antonio Rezza e Flavia Mastrella in uno spettacolo che ha trent’anni

È la prima volta di “Pitecus” a Gorizia, spettacolo di Antonio Rezza e Flavia Mastrella, che potremo applaudire domani, alle 20.45, al teatro Verdi. E sarà anche il primo appuntamento di “Verdi off”, una proposta formata da quattro appuntamenti individuati dal direttore artistico del teatro, Walter Mramor: «Un percorso di una poetica teatrale nuova, originale, personale, molto autorale e non solo di drammaturgia contemporanea». Domani Rezza incontrerà il pubblico, alle 18.30, nel foyer del teatro.

Può farci entrare nel mondo di “Pitecus”?

«È lo spettacolo dei nostri albori, della nostra avanguardia: “Pitecus”, quello con i quadri di scena di Flavia Mastrella dove io metto braccia, gambe, parlo un linguaggio spesso sincopato. I quadri di scena sono ispirati a lavori di Fontana, Burri, oltre che ai teatri di Melotti, a Robert Morris. Insomma, c’è una ricerca da parte di Mastrella a un tempo figurativa e astratta e poi c’è l’invasione di questi spazi con il mio corpo».

Da dove deriva il titolo dello spettacolo?

«“Pitecus” è un titolo d’invenzione, ma non ha grandi significati all’interno dello spettacolo».

Quando nasce?

«La sua tecnica nasce nel 1988: ha trent’anni. Ci sono episodi dell’88, del ’89, del ’92 e del ’95. Racchiude trent’anni della nostra storia artistica».

Si è modificato nel tempo?

«Non troppo. Ed è bello perché era bello già allora. Inoltre, portare uno spettacolo di trent’anni fa e scoprire che ha una freschezza intatta, significa aver fatto un classico. Non c’è nessun autore vivente che porta uno spettacolo di trent’anni fa. Insomma, ciò che facciamo noi non lo fa nessuno. Chi vede ciò che facciamo capisce che non ci può essere un emulo perché partirebbe battuto. Non è una dichiarazione di presunzione ma un dato di fatto, un dato tecnico. Spesso la tecnica viene scambiata con l’arroganza ma non è così».

Come definirebbe il vostro spettacolo?

«Un’overdose di forma e di comicità oltre che di parola. Si ride dall’inizio alla fine su cose assurde, anche dolorose perché lo spettacolo muove un riso ancestrale, un riso demoniaco, diabolico: fa uscire il peggio che è in noi e in chi guarda lo spettacolo».

Cosa distingue i vostri spettacoli?

«La necessità di non ripetere l’esperienza precedente. Quindi, cambia l’habitat e cambia l’approccio del corpo del performer. Ogni nostro spettacolo è diverso. Potevamo andare avanti tutta la vita con i quadri di scena di Pitecus. La critica di allora ce lo consigliava, dicendo che avevamo inventato un linguaggio. Noi abbiamo detto no. Fare sempre la stessa cosa ci avrebbe annoiato. E allora siamo fuggiti dalla strada giusta, l’abbiamo tradita. Ma ciò deve essere l’arte: il tradimento di se stessi».

Chi
sono oggi altri inventori di linguaggi?


«Un inventore di linguaggi è un autore di se stesso, un autore che crea uno spettacolo dal nulla. Sicuramente mi viene in mente Alessandro Bergonzoni e, per il cinema, Franco Maresco».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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