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Geopolis, festival identitario

Potrebbe essere un’occasione di rilancio per Trieste da organizzare già nel 2018

Trieste: città della geografia e della geopolitica. Questa la proposta del giornalista e scrittore Roberto Curci avanzata su Il Piccolo in un articolo del 6 novembre scorso. Raccogliendo la sfida lanciata qualche giorno prima da Renzo S. Crivelli (“Strategia culturale per Trieste”, lunedì 30 ottobre), Curci muove il primo passo per delineare una strategia culturale della città, in grado di andare oltre a etichette identitarie quali “città del caffè”, “città della Barcolana” o addirittura la più svilente “città delle clanfe”.

L’idea è di appropriarsi in fretta di uno strumento sempre più importante a livello internazionale: la geografia. Strumento che anche a Trieste ha iniziato a interessare un pubblico sempre più vasto, come dimostrano le attività del Limes Club Trieste e iniziative come quelle riguardanti il porto triestino e la Via della Seta. Insomma, Trieste potrebbe ospitare Geopolis, Festival della geografia e della geopolitica.

Un’etichetta che è più di un’etichetta. Indicare la geografia come tema identitario per la città – e prima che lo faccia qualcun altro! – potrebbe essere più che una semplice strategia culturale. La geografia può davvero essere l’elemento cardine di una strategia per il futuro della città, ben al di là di un festival. La geografia può infatti unire gli studi sociali e le necessità politico-economiche della città. Una città, Trieste, che ha nella sua vocazione storica lo studio della geografia.

Lo sviluppo di studi geografici a Trieste potrebbe rivelarsi di estrema importanza per la sopravvivenza stessa della città, che si ritrova oggi a dover fare una fondamentale scelta strategica: chiudersi nella conservazione, o aprirsi alle sfide? Solo nel secondo caso è necessario dotarsi della corretta strumentazione interpretativa.

Trieste oggi può aspirare a diventare un centro di diplomazia culturale ed economica di secondo livello, soprattutto verso Balcani, Turchia, Iran, Cina, Mitteleuropa e Russia. Sviluppare centri di ricerca di geografia politica, lingue e culture di questi paesi, con relativi scambi professionali, può diventare il cemento per una più vasta operazione di costruzione di quelle relazioni internazionali indispensabili a ogni sviluppo collettivo. In particolare per una città portuale. Il porto rimane infatti il fulcro economico e strategico della città. Le sue caratteristiche, geografiche, storiche e giuridiche suggeriscono la potenzialità geoeconomica per un ruolo di rilievo di Trieste lungo i sempre più cruciali traffici con l’Oriente.

Legato allo sviluppo portuale vi è pure la trasformazione della città e i possibili processi di reindustralizzazione. L’intera opera di ricucitura delle periferie e lo sviluppo policentrico della città diventerebbe tema fondamentale per organizzare la crescita della città stessa in maniera equilibrata. Infine, da sottolineare è l’enorme beneficio che una città può trarre dalla sinergia tra questi tre ambiti: ambiente, scienza e sviluppo.

Trieste è già oggi una città che ospita l’eccellenza scientifica, grazie alla presenza della Sissa e dell’Area Science Park del Sincrotrone. Mentre a Venezia c’è una sede dell’importante Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici. La geografia è proprio quello studio che si inserisce tra scienza, ambiente e attività umana; ne è quindi il raccordo: l’indispensabile piattaforma logistica cognitiva.

Trieste non ha solo bisogno di una “strategia culturale”, ma di una strategia generale. L’interessante proposta di Curci di lanciare il festival Geopolis è il primo passo, il più visibile. E sarebbe da avviare al più presto possibile, per avere la prima edizione magari già nel 2018. Ma servirebbe poi sviluppare questi temi in maniera più strutturata, poiché i festival possono anche dare un’identità culturale a una città, ma non ne definiscono le strategie di lunga durata.

Per queste ci vogliono centri studio pensati appositamente per le sfide più profonde che Trieste è chiamata ad affrontare da qui ai prossimi decenni. La geografia – nelle sue varianti classica, critica e radicale – offre gli strumenti critici e operativi di cui una città oggi si deve dotare per affrontare sfide complesse in maniera organica. Può
quindi la geografia essere la chiave d’accesso di Trieste al XXI secolo? Ci sono buone ragioni per pensarlo. Purché non si perda tempo.

*Dottorando di ricerca

al Dipartimento

di geografia dell’University

College of Dublin

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