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Mildred si vendica in pubblico

“Tre manifesti a Ebbing, Missouri” racconta la violenza latente del Midwest

“Tre manifesti a Ebbing, Missouri”. Mette subito le cose in chiaro il regista britannico Martin McDonagh dichiarando, esplicita fin dal titolo, l’ambientazione geografica e con essa il milieu culturale e sociale che fa da sfondo al suo terzo film: Ebbing, una cittadina immaginaria del vero Missouri, nella provincia americana del Midwest. Terra brumosa del folk rock, dei cieli aperti, delle sere passate a giocare a biliardo bevendo birra, dove ancora si fanno i conti con episodi di razzismo e omofobia e, più in generale, con una violenza latente pronta a esplodere in ogni circostanza. Sono gli stessi scenari neo-western che altre volte abbiamo visto nei film dei fratelli Joel e Ethan Coen, e questo non è l’unico debito nei confronti dei due registi prodigio di St. Louis. A cominciare dall’eroina del film, Frances McDormand (musa e moglie di Joel), sguardo di ghiaccio e camminata alla John Wayne, fino al tono grottesco e l’umorismo “black” che attraversano l’intero film. Al tempo stesso, McDonagh, prende le distanze dal nichilismo di “Fargo” o di “Non è un paese per vecchi”, da quella tipica sfiducia negli uomini e dalla visione nera e beffarda del presente che sono alla base del pensiero coeniano, e mira altrove, andando incontro, a suo modo, a una sorta di umanesimo non “buonista”. “La rabbia genera rabbia”, dicono a Ebbing, ma l’implacabile sete di verità e giustizia, il desiderio di vendetta, non sfociano, come sarebbe prevedibile, in un “revenge movie” o nei canoni di un semplice “giallo”, ma slittano progressivamente dalla ricerca del colpevole al ritratto di una comunità, facendo emergere, con modi rozzi da “saloon”, una solidarietà sopita ma ancora possibile.

C’è una donna (McDormand in odor di Oscar), Mildred Hayes, una madre ferita. La figlia adolescente è stata violentata e brutalmente uccisa da uno sconosciuto che gira ancora a piede libero. A un anno dal fatto, la polizia brancola nel buio ma neppure si affanna per risolvere il caso. Un giorno, su una strada provinciale poco frequentata, tre gigantesche insegne pubblicitarie abbandonate suggeriscono a Mildred un’idea: fare nomi e cognomi, accusare pubblicamente le istituzioni, scuotere le coscienze. Noleggiate le insegne per un anno, tre manifesti scritti a caratteri cubitali denunciano: “Stuprata mentre moriva”, “Ancora nessun arresto”, “Come mai sceriffo Willoughby?”. Destata dal torpore, la comunità risponde e si schiera, qualcuno a favore, molti contro la donna. Perché, si sa, i panni sporchi vanno lavati in casa, il clamore mediatico arreca disturbo alla quiete e anche la solidarietà ha i suoi limiti. Il colpo di Mildred va comunque a segno, lo sceriffo buon padre di famiglia e malato di cancro Willoughby (Woody Harrelson) prova a rimettersi in moto, affiancato dal poliziotto Dixon (strepitoso Sam Rockwell, giustamente premiato ai Golden Globes), tonto e razzista, ma non privo di sfaccettature sorprendenti. Molti altri personaggi contribuiscono a rendere il quadro umano mai manicheo. La “giustiziera” Mildred, che nella sua furia vendicativa è capace di inveire senza peli sulla lingua contro il parroco ipocrita, di incendiare la stazione di polizia e di trapanare l’unghia a un odioso dentista, mostra anche un lato più fragile: i sensi di colpa che affiorano, l’ex-marito manesco che l’ha lasciata per una diciannovenne tutta bellezza e niente cervello, il rapporto con il
figlio che vorrebbe una vita normale, ma sta comunque al suo fianco. Stile secco, regia controllata, al netto di qualche breve eccesso. E la sensazione che alla fine il perdono, o almeno l’accettazione del destino, possano essere più forti della vendetta.

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