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L’arte precolombiana che condizionò il mondo

Esposte a Venezia, a Palazzo Loredan, 150 opere della collezione Ligabue

«L’umanità è una sola e non si può dimenticare che nella storia del mondo non vi sono primi o secondi, grandi e piccoli, ma che in ogni popolo si ritrovano fermenti, origini, principi e radici di ciò che noi oggi siamo». Così scriveva Giancarlo Ligabue, imprenditore, paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore e appassionato collezionista d’arte precolombiana. Quello che è certo è che Cristoforo Colombo, partito alla ricerca di una nuova via per le Indie, quando nel 1492 casualmente sbarcò sull’isola Caraibica di Guanhami scoprendo senza saperlo un nuovo continente, non avrebbe mai potuto immaginare che il suo “errore” avrebbe aperto le porte a quello che l’antropologo Claude Lévi-Strauss ha definito l’evento più importante nella storia dell’umanità. Con la sua involontaria scoperta il navigatore genovese riunì di fatto due mondi, quello europeo e quello americano, rimasti divisi per 18.000 anni (l’America infatti era stata popolata in origine da genti provenienti dall’antica Siberia).

A questo mondo nuovo, alla sua cultura ancora in parte sconosciuta, alla vita, agli usi, ai costumi, ai riti, alle cosmogonie delle culture Meso e Sudamericane prima della scoperta di Colombo è dedicata la mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella Collezione Ligabue” che da oggi sino al 30 giugno prossimo sarà ospitata a Palazzo Loredan a Venezia. Oltre 150 opere provenienti dalla collezione Ligabue e dai più famosi musei al mondo racconteranno lo straordinario e misterioso mondo degli Olmechi, dei Maya, degli Aztechi e degli Inca: dalle rarissime maschere in pietra di Teotihucan, la più grande città della Mesoamerica, ai raffinati vasi Maya, dalle statuette antropomorfe della cultura Olmeca (che tanto affascinarono gli artisti surrealisti) alle enigmatiche sculture Mezcala che suggestionarono profondamente André Breton, Paul Eluard e lo scultore Henry Moore. E poi ancora le statuette policrome di ceramica cava della cultura di Chupicuaro, prima fra tutte la Grande Venere con le mani congiunte sul ventre, le urne cinerarie della cultura Zapoteca, le sculture Azteche, gli oggetti Inca e i tessuti e i vasi della regione di Nazca, i manufatti dell’affascinante cultura Moche e gli straordinari oggetti in oro di rara bellezza della cultura tairona.

Echi materiali di civiltà straordinarie che in pochi decenni dall’arrivo di Colombo vennero sopraffatte con le armi e con la schiavitù se non annientate come quella dei Taino. Per non parlare dei milioni di indios morti a causa delle malattie giunte dal Vecchio Continente.

I Conquistadores dall’Europa partirono alla ricerca dell’Eldorado, razziando le ricchezze del nuovo mondo, ma tralasciando i veri e più profondi tesori che l’America poteva offrire, tesori nati dall’intreccio di culture millenarie capaci di creare opere d’arte e racconti mitologici di grande suggestione, ma anche di progredire nelle scienze e nelle tecniche con l’invenzione dello zero matematico e delle numerazioni posizionali, di tecnologie in grado di produrre in economia eccezionali coloranti per i tessuti e per l’edilizia o di elaborare chimicamente la linfa prodotta dall’albero della gomma, di utilizzare come alimento il mais evitando lo scorbuto grazie ad una particolare tecnica di bollitura, di elaborare calcoli astronomici in grado di definire con esattezza il ciclo di Venere. L’Europa stretta nelle proprie categorie culturali, sociali e religiose sembra non voler andare in profondità mettendo tra sé e il Nuovo Mondo una sorta di filtro di sicurezza e diffidenza.

Per secoli il tesoro dell’antica Mesoamerica e del Sudamerica è stato visto solo come un’eredità misurata da quelle tonnellate d’oro e d’argento arrivate in Europa sui galeoni. Dovrà passare molto tempo prima che il Vecchio Continente possa riprendere nuovamente coscienza della grandezza dei saperi e delle arti dell’America antica, in parte ancora oggi per molti aspetti sconosciuti. Ma le Americhe conquisteranno in altri modi l’Europa, lo faranno con la forza straordinaria di diffusione dei loro prodotti agro-alimentari: basti pensare che il mais, l’avocado, la zucca, il fagiolo rosso, il girasole, il pomodoro, la vaniglia, la patata, il cacao, sia pur inizialmente guardati con sospetto, invaderanno in breve tempo il vecchio continente diventando alimenti fondamentali ed irrinunciabili. Persino il gioco del calcio, praticato in Mesoamerica con la pelota di gomma-dura da oltre 3000 anni prima dell’arrivo di Colombo, conquistò il vecchio continente. Uno sport rituale dai risvolti politici, legato secondo gli studiosi alla rigenerazione della terra, sui cui fiorivano forti scommesse, le cui partite potevano concludersi
con la condanna a morte del giocatore perdente per fertilizzare col suo sangue la terra. Straordinarie in mostra le statue dei calciatori per i quali furono costruiti nel corso dei secoli in Mesoamerica campi da gioco di straordinaria grandezza.

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