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Viaggio nelle retrovie del Giro, tra i gregari

Tra le anticipazioni di Trieste Film Festival spicca il documentario “Wonderful losers”, l’esercito degli invisibili

TRIESTE. Avrà inizio il 19 gennaio e proseguirà per i successivi dieci giorni il Trieste Film Festival, il più importante appuntamento italiano con il cinema dell'Europa centro-orientale, giunto quest’anno alla sua ventinovesima edizione. Nato alla vigilia della caduta del Muro di Berlino (risale al 1987 l’edizione “zero”), il Festival è ormai da quasi trent’anni un osservatorio imprescindibile su cinematografie spesso poco diffuse, se non del tutto sconosciute in Italia. E se in passato la manifestazione ha mostrato il suo lato più “avventuroso”, sotto la guida della pioniera Anna Maria Percavassi, alla costante ricerca e in taluni casi alla scoperta tout court di cineasti che sarebbero altrimenti rimasti invisibili al di qua dell’ex cortina di ferro, con il passare degli anni Trieste Film Festival ha saputo adeguarsi ai cambiamenti dettati dalla Storia, rinnovandosi e cercando nuove forme di dialogo con un pubblico via via sempre più vasto. Spettatori consapevoli, curiosi, incalliti cinefili, o semplicemente interessati a scoprire ciò che accade (e non solo cinematograficamente) altrove nel mondo e nei paesi dell’Est. Il segreto del successo risiede in una formula aperta al “pop”, senza rinunciare del tutto allo spirito di ricerca che ne ha contraddistinto gli albori.

L’anno scorso questa doppia anima del festival, tesa a consolidarsi in un equilibrio solido, è stata più che mai evidente, tradotta nella felice compresenza di ospiti, cineasti, attori e autori che più distanti tra loro non si può (per farsi un’idea basti ricordare Monica Bellucci, in città per ritirare il Premio Eastern Star Award assieme a Cristi Puiu, idolo del cinema romeno contemporaneo, Vitalij Manskij, documentarista russo inviso a Mosca e il maestro Marco Bellocchio). Vedremo, allora, quali sorprese ci riserverà quest’anno il festival in dieci giorni di festival, nelle platee del teatro Rossetti e del Miela. Qualche piccola indiscrezione è già trapelata. Intanto, il giorno 21 gennaio, il festival ospiterà per il terzo anno consecutivo la consegna dei premi al Miglior film italiano (“A Ciambra” di Jonas Carpignano) e al Miglior film internazionale del 2017 (“Elle” di Paul Verhoeven) secondo il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (Sncci), e molto presto sapremo anche di quali tessere è composto il programma, che sarà annunciato nel mese di gennaio. E se nel cuore delle celebrazioni “sessantottine”, gli spettatori più esigenti troveranno soddisfazione nella retrospettiva “Rebels 68. East ‘n’ West Revolution”, declinata nel doppio punto di vista dell’Est (con nomi come Pintilie, Dezső, Němec e Žilnik) e dell’Ovest (Godard, Roeg e Bertolucci). Piacerà al pubblico “Wonderful Losers”, una coproduzione tra Lituania, Italia (anche con il sostegno della Film Commission FVG), Svizzera, Belgio, Lettonia, Gran Bretagna, Irlanda, Spagna, in corsa per il Premio Alpe Adria Cinema assegnato dal pubblico nella sezione “documentari”. Incoronato “Miglior documentario” alla 33.a edizione del Festival di Varsavia e vincitore del Gran-Prix e del Premio del pubblico nella sua categoria al festival di Minsk, “Wonderful losers” che porta la firma del cinquantaseienne regista lituano Arūnas Matelis, è un viaggio di 71 minuti nelle retrovie del Giro d’Italia, infilato nella mischia del poco celebrato esercito dei “gregari”. Ecco chi sono i “losers” del titolo, coloro che a suon di fatica, sudore e un encomiabile spirito di sacrificio permettono agli atleti più talentuosi della squadra di farsi largo e conquistare le vette della classifica. I gregari non vincono, aiutano a vincere. A loro è preclusa la gloria. Ma è grazie a questi Sancho Panza del ciclismo che i Coppi, i Bartali, i Girardengo, i Moser, i Pantani, fino ai più recenti Domoulin e Froom tagliano per primi il traguardo. I gregari assistono, aprono la strada, portano rifornimenti, riparano dal freddo. Quando cadono, si rialzano. Doloranti, spesso feriti, talvolta neppure troppo superficialmente. E al loro fianco corre un altro esercito di invisibili: la squadra di medici che li assiste prestando i primi soccorsi in condizioni impossibili, letteralmente in corsa, dai finestrini delle auto. A Matelis non interessa altro che il
lato nobile dello sport. Quei corpi ammaccati, resi più forti da una determinazione e da una lealtà di ferro. Non esiste il doping, né l’ossessione per il successo. C’è solo la fatica di un gruppo di uomini che obbediscono a un unico imperativo: pedalare.

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