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Il realismo magico dei triestini

Al Mart di Rovereto opere di Croatto, Sofianopulo, Nathan, Timmel, Lamb, Leonor Fini

Atmosfere sospese, ambienti stranianti, corpi che celano tensioni, volti che sottendono sottili irrequietudini, pensieri che non è dato conoscere. Al Mart di Rovereto si è da poco inaugurata una nuova esposizione intitolata “Realismo Magico. L’incanto nella pittura italiana degli anni Venti e Trenta”. Curata da Gabriella Belli e Valerio Terraroli, la mostra si inserisce in uno dei filoni di ricerca che il museo ha scelto di approfondire negli ultimi anni, ovvero la pittura della prima metà del Novecento già indagata nella mostra dedicata a “I pittori della luce. Dal Divisionismo al Futurismo” del 2016, nella successiva antologica dedicata a Umberto Boccioni e quest'anno in “Un’eterna bellezza. Il canone classico nell'arte italiana del primo Novecento”.

Anche nell'attuale esposizione, l'attenzione si è focalizzata sulle ripercussioni che gli eventi bellici e i rapidi mutamenti sociali di inizio secolo ebbero sulla percezione e sulla narrazione della realtà. Tra le oltre 70 opere in mostra, provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private, si possono ammirare anche diverse opere di autori triestini.

La definizione “Realismo Magico” fu utilizzata per la prima volta nel 1925 dal critico Franz Roh in un saggio dedicato alla pittura contemporanea intitolato appunto “Nach Expressionismus: Magischer Realismus”. Con questa sorta di contraddizione di termini egli voleva indicare quel particolare tipo di pittura che in quegli anni, abbandonate le avanguardie, era tornata a una figurazione di impronta più oggettiva, quasi classica, e che trasmetteva tuttavia un senso di inquietudine, di spaesamento e strana meraviglia, in una sospensione del tempo, in un latente stato di angoscia esistenziale. Tale linguaggio si diffuse un po' in tutta Europa; in Germania si decise di riunire questi artisti sotto la denominazione di Nuova Oggettività, in Italia ci fu una serie di autori quali Cagnaccio di San Pietro, Antonio Donghi, Felice Casorati, Ubaldo Oppi, Achille Funi e Carlo Levi che pur provenendo da formazioni ed esperienze diverse scelsero di esprimersi in maniera analoga, con contorni netti e solidi volumi, per comunicare stati d'animo particolari, prospettive ed atmosfere surreali. Accanto agli interpreti più noti, seguono questa tendenza anche alcuni artisti attivi nelle realtà più locali dell’arte torinese, romana, veneziana e triestina, come ad esempio Mario ed Edita Broglio, Gregorio Sciltian, Carlo Socrate, Bruno Croatto, Leonor Fini, Arturo Nathan, Carlo Sbisà e Cesare Sofianopulo.

Dei pittori triestini a Rovereto vengono proposti soprattutto ritratti, quasi a significare una particolare propensione per l'introspezione psicologica. Tre sono quelli di Bruno Croatto prestati dal Museo Revoltella: “L'autoritratto nello studio” dove l'autore appare con i pennelli in mano, seduto di profilo ma con il volto che guarda dritto verso lo spettatore, «l'aspetto un pochino giapponese perché glabro ed asciutto» come lo descriveva il suo contemporaneo Salvatore Sibilia; “Un adagio di Schubert” in cui ritrae la moglie assorta, totalmente rapita dalla poesia della musica, e il “Ritratto di Rodolfo Fogolin”, l'architetto, amico del pittore, ripreso sulla terrazza della sua villa romana dalla quale si scorgono le rovine antiche, con davanti a sé un volume aperto de “I Quattro Libri dell’Architettura” di Andrea Palladio.

Sempre dal Museo Revoltella proviene l'“Autoritratto bifronte” di Cesare Sofianopulo, noto anche come “Autoritratto dualistico” o “pirandelliano” o “Il mio riflesso”, dove l'artista compare alla destra e alla sinistra del canale di Piazza Sant’Antonio Nuovo. Dello stesso autore le “Maschere”, in cui egli si ritrae per ben cinque volte in tutte le sue «possibilità fisionomiche» secondo Manlio Malabotta, raffigurandosi «angelico, pensoso, satanico, imperatorio e irresistibile».

Altre opere provengono da collezioni private. Non poteva mancare Arturo Nathan, il più metafisico tra i pittori triestini del quale viene esposto l'“Esiliato”, con il suo essere avvolto in una tunica, gli occhi chiusi, un paesaggio mitico e fantastico insieme alle sue spalle.

Di Oscar Hermann Lamb si ammira “La coppa verde” già nella mostra sull'Art Déco di Forlì in tutta la sua elegante e inquieta sensualità. Di Vito Timmel c'è il “Ritratto della Signora Rostirolla” che tiene accanto a sé il “Magico taccuino”, ovvero l'autobiografia poeticamente trasfigurata dello stesso Timmel.

Le opere di Leonor Fini, Mario Lannes, Carlo Sbisà e Piero Marussig sono quindi esposte accanto ai capolavori di Giorgio de Chirico come “Piazza d'Italia” o di Felice Casorati come “Concerto” e di Carlo Carrà come “Le figlie di Loth”. Tra i dipinti più tardi “Natura morta (Omaggio a Roberto Longhi)” di Gregorio Sciltian del 1940
pare suggerire come soltanto nella bellezza dell'arte l'animo possa ritrovare un po' di pace e serenità.

La mostra rimarrà visitabile al Mart fino al 2 aprile per poi spostarsi all'Ateneum Art Museum di Helsinki e poi al Folkwang Museum di Essen.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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