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Salvatores: «Un altro film sui figli»

Oggi la prima triestina de “Il ragazzo invisibile” 2. Il regista potrebbe tornare a lavorare qui in estate

TRIESTE. “Il ragazzo invisibile” è ufficialmente tornato in città. Questa sera, giovedì 28 dicembre, Gabriele Salvatores presenterà a Trieste il suo secondo film sul supereroe, in anteprima nazionale per il pubblico (sarà poi in sala dal 4 gennaio), insieme al protagonista Ludovico Girardello e alla produttrice di Indigo Film Francesca Cima, alle 20.30 al cinema The Space nel Centro Commerciale Torri d’Europa.

Salvatores è già a Trieste da ieri, per rivedere posti e persone alle quali ormai è affezionato e che conosce bene. Nel capoluogo giuliano ha girato i due film di “Il ragazzo invisibile”, ma frequenta la regione dal 2007, quando ha ambientato in Friuli “Come Dio comanda”. E presto potrebbe tornare a lavorare da queste parti: «Quest’estate dovrei girare un altro film e potrebbe essere di nuovo qui, anche passando il confine. Parlerà ancora di padri e figli», anticipa.

Intanto il sequel, “Il ragazzo invisibile-Seconda generazione” è una vera sorpresa: costato 8 milioni di euro, cifra alta rispetto alla media delle produzioni italiane ma irrisoria per il filone dei supereroi (basti pensare che l’ultimo “Spider-Man: Homecoming” è costato 175 milioni di dollari), ha una dose d’azione molto più elevata del primo capitolo ed effetti speciali sorprendenti, con furgoni che levitano nell’aria, discoteche che esplodono, i monti Urali che compaiono alle spalle del Castello di San Giusto.

Salvatores, questo sequel è più dark, adulto e spettacolare rispetto al primo, con molte location triestine clou, dall’ex Gasometro di via d’Alviano a Villa Ferro in via Rossetti. Come ha contribuito Trieste all’evoluzione della saga?

«Con la scenografa Rita Rabassini avevamo deciso di non costruire location ex novo, ma di scovare quelle che si adattavano a questa dimensione più fantasy e più gotica. Per esempio Villa Ferro, una villa liberty che già si prestava a questo spirito, non è così distrutta come si vede nel film: abbiamo cambiato carta da parati, messo foglie per terra, appannato i vetri. Quella dell’ex Gasometro è stata la ricerca più difficile: volevo un posto tondo, che ricordasse un teatro o un’arena, perché lì, come nelle tragedie greche, si compiono i destini di tutti. Girare lì è stato complicato: il Gasometro ha finestre tutto intorno, e la luce cambia continuamente».

Cosa continua a riportarla a Trieste?

«Sono molto affascinato da questa città. Dietro al mare non c’è la solita cittadina mediterranea, ma qualcosa di più misterioso e affascinante. È una città di frontiera che ne ha viste passare di tutti i colori, politici e non, si è dovuta adattare ai capi che arrivavano mantenendo profondamente la propria anima. Ho amici carissimi qui».

Michele, il Ragazzo Invisibile, è cresciuto e comincia a scoprire il suo lato oscuro. Com’è cambiato rispetto al primo film?

«Questo è un film che segue la crescita del protagonista, un po’ come “Boyhood” o “Harry Potter”: Ludovico Girardello aveva 13 anni, ora ne ha 17. E a quest’età, qualsiasi sia il tuo superpotere, diventa più problematico, perché si affacciano le prime malinconie importanti, vedi le cose più nere di quello che sono».

Com’è il supereroe alla Salvatores?

«La mia è un’idea un po’ diversa del superpotere, più basata sull’emotività che sul mostrare i muscoli. Volevo che anche gli effetti speciali sembrassero naturali, che lavorassero sulla psicologia dei personaggi. In Italia pensiamo che non saremo mai capaci di fare film sui supereroi, ma non è vero. Certo non avremo mai abbastanza mezzi per farli come i blockbuster americani, quindi bisogna trovare un’altra dimensione, appunto quella più psicologica».

Dopo l’Oscar e trent’anni di successi ha ancora voglia di mettersi in gioco e sperimentare cambiando genere: perché?

«L’Oscar è come il ragno di Spider-Man: ti punge e ti dà un superpotere. Dopo sei lo stesso di prima, ma il pubblico e l’industria si aspettano da te altre cose. Forse avrei guadagnato di più a fare “Mediterraneo 2”, 3 e 4, ma ho preferito sperimentare perché il cinema mi ha salvato la vita, mi ha aiutato a superare crisi difficili, personali e fisiche. Questo ha creato qualche problema alla mia carriera perché ero poco identificabile, ma alla fine nei miei film certi temi, seppur vestiti in maniera diversa, tornano sempre. Come il rapporto padre e figli, l’alterità in un mondo diverso, che sia la rete di “Nirvana” o il Marocco di “Marrakech Express”. Di fatto non ho figli, e da “Io non ho paura” in poi è come se ne stessi crescendo uno».

 

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