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Slataper e Kosovel le due grandi anime della doppia Trieste

Trieste ha una storia molto tortuosa e un’identità altrettanto confusa. Molto è stato scritto, avvalendosi di fatti, eventi, cronache, epistolari. Per cui è apprezzabile un’operazione semplice,...

Trieste ha una storia molto tortuosa e un’identità altrettanto confusa. Molto è stato scritto, avvalendosi di fatti, eventi, cronache, epistolari. Per cui è apprezzabile un’operazione semplice, pulita, diretta come quella della Transalpina Editrice che pubblica ora due opere di quegli autori che hanno sostenuto il mito triestino: “Il mio Carso” (pag. 143, euro 12,00) di Scipio Slataper e “Quel Carso felice” (pag. 94, euro 10) di Srecko Kosovel. Un narratore e un poeta, ritratti nelle belle copertine di Claudia Cervo e Ugo Pierri. Uno nato nel 1888, l’altro nel 1904. Hanno respirato la stessa aria insomma, quella di una parola chiave spesso associata a Trieste: il mito. Anzi, diciamo pure «mito mitteleuropeo». Ecco allora che sarebbe necessario tracciare un percorso storico preciso, magari indugiando su tutti quegli eventi che, dalla fine del 1800 a oggi, resero Trieste così contraddittoria, nel suo «irredentismo», una città malata di nostalgia per ciò che avrebbe potuto essere, e non è stata. Un territorio per cui i suoi artisti hanno perso la vita, come Scipio Slataper, appunto, sul monte Podgora. Era il 3 dicembre del 1915. E morì giovanissimo anche Kosovel (nella foto), la sera del 24 maggio del 1926, annientato da una meningite. Aveva solo 24 anni.

È inevitabile chiedersi cosa avrebbero potuto dare, alla letteratura, scrittori già così fertili, soprattutto talentati. Non ci sarà risposta. Entrambi, questo è certo, erano alimentati da una forte passione. La passione delle cose grandi, delle cose che non hanno mezze misure, come il Carso. O la guerra. Pensatori, ma artisti, in qualche misura artefici di un percorso opposto. Kosovel era più attratto da Trieste rispetto a LubIana, come scrive Michele Obit nella bella introduzione. Un tragitto contrario a quello di Slataper, triestino di nascita, ma richiamato da quel Carso che è «luogo di incontro tra la civiltà italiana e il mondo slavo», sottolinea Anna Storti nella premessa. Salvo poi cercare un adeguamento al canone nazionale, a Firenze, per poi ritornare a Trieste, una patria strana, certo, la cui assenza lo faceva stare male. E fu lui, in fondo, Scipio Slataper, a dare paternità all’idea di triestinità.

Oggi certo la triestinità è stata promossa dall’industria editoriale, quasi a garanzia di un successo commerciale. Ma la triestinità vera non ha niente a che fare con chi spende la città per una scenografia alla moda. Pensiamo a Svevo e a Saba. È a partire da loro – cui seguiranno Slataper, Giotti, i fratelli Stuparich e altri – che si inizia a definire il canone triestino. E poi c’è un dramma a Trieste – scriveva Slataper – quelle sue due anime che non è possibile sopprimere, pena la morte della città. Molto si è scritto su queste due anime, da Slataper a Magris, passando attraverso Bazlen. Ma è grazie a una presa di distanza che il «tipo triestino», l’artista triestino si renderà conto che la sua scrittura non si sostiene sul rifiuto delle contraddizioni, quanto piuttosto sulla loro assimilazione. L’arte nasce sempre, in fondo, da un forte contrasto. E contrastata è l’arte di Slataper e Kosovel, un’arte fatta di Carso e luci della città, dura pietra e liquidità marina, cultura italiana, tedesca e slovena. Sarà lo stesso Slataper a incarnare la contraddizione con la sua stessa vita. E Kosovel con la pratica di quella poesia che non solo teorizzò. Ma Slataper, lui che provocò più di altri l’italiana Trieste negandole “tradizioni di cultura”, lui pur così consapevole della necessaria coesistenza delle due anime della città, non esitò ad arruolarsi nel Regio esercito italiano e morì in azione sul Monte Podgora nel 1916. Ed è vero che Kosovel ha pennellato con tratti elegiaci, di impressionante sensibilità, lo spazio geografico ristretto in cui viveva, ma è altrettanto vero che è nel presagio della fine che quella natura si fa assoluta. Di più, come fa notare Obit, «è poeta capace di raccontare, un secolo fa, l’Europa priva di identità di oggi». Lui, nato a Tomaj, ma attratto inesorabilmente dalla cultura triestina. Lui che di quella cultura ha vissuto (anche) la tragedia, storica e politica, gli incendi del Narodni Dom e quello del quotidiano sloveno Edinost. È difficile individuare degli autori che del particolare, di un punto vano nel mondo com’è Trieste, abbiano saputo restituire un universale. Per cui rileggere Kosovel e Slataper non è affatto retrò, come non lo è mai con la bellezza ed è difficile leggere versi più adeguati per descrivere una città che in fondo è cambiata, ma non completamente. Perché “Il cuore-Trieste è malato./Perciò Trieste è bella./La pena fiorisce nella bellezza”. E nonostante la più civile convivenza, l’attenuazione dei contrasti, l’assalto
del turismo, l’affievolirsi di certo campanilismo e tutta quella mitologia del piacere, che certo qui non manca, permane ancora una sorta di caduta in quella ambiguità dolorosa che è la sua essenza. Ma come diceva Rilke, forse, la caduta è felicità.

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