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Da Lenin a Lennon la dura vita del rock ai tempi dell’Urss

Eugenio Ambrosi ricostruisce le esperienze e le censure delle band musicali nei Paesi del blocco

Un blitz fulmineo, un'irruzione selvaggia e poi il via agli scontri più violenti, con giovani uomini bastonati e manganellati a sangue. La rivolta degli operai di Berlino est sfociata nei tumulti del '53? La Primavera di Praga soffocata dai carri armati sovietici nel '68? No, un concerto beat sfociato in massacro, il tutto nella Cecoslovacchia del 1974. Perché faceva paura, quel tipo di musica e tutto ciò che rappresentava, anche se nella maggior parte dei casi i ragazzi cui furono spezzati gli arti, caricati su carri merci e sbattuti in cella non avevano il benché minimo intento di ribellione o dissenso ma soltanto la voglia di sentirsi come i loro coetanei occidentali. È da questo paradosso che muove “Da Lenin a Lennon. Come jazz, rock, beat & pop contribuirono alla caduta della Cortina di Ferro” (EUT Edizioni, pagg. 326, euro 18), il libro che Eugenio Ambrosi presenta oggi alle 17.30 alla Stazione Rogers di Trieste, introdotto da Cristiano Degano.

Tema più che gustoso, titolo accattivante che cattura all'istante, tre anni di lavoro alle spalle, Ambrosi, ex dirigente della Regione Fvg e beatlesiano di ferro con diverse pubblicazioni all'attivo, esplora con dovizia di particolari e un'affettuosa empatia la condizione di quei giovani che, nei Paesi del Patto di Varsavia degli anni '60, amavano Beatles e Rolling Stones, ascoltavano Radio Luxembourg di notte e volevano solo farsi crescere i capelli, ballare e mettere su la propria band. Solo che, a differenza dei coetanei occidentali, a quei ragazzi non era permesso farlo. «Se noi a Trieste ascoltavamo quella stessa radio – racconta l'autore - e poi potevamo tranquillamente andarcene in Viale da Raifon o Discobolo in via Ginnastica a discutere di quel brano nuovo o quell'album che suonava così strano, loro non potevano farlo. Quei giovani dovevano edificare il socialismo. Dovevano andare a spaccar pietre, a costruire scuole, strade, a contribuire al piano economico di sviluppo, chiaramente prestando attività gratuita, e non perdere tempo ad ascoltare musica o ballare. Quando nell'estate del '72 sono stato per la prima volta oltrecortina l'ho visto coi miei occhi. Chi s'immaginava che da quelle parti beat e pop fossero banditi con tanto di decreto governativo? Non è la grande Storia, questa, ma la piccola storia quotidiana che vivevano sulla loro pelle tanti nostri coetanei dell'epoca, giovani che volevano solo essere giovani e a cui era proibito farlo». E di cui finora, per Ambrosi, si è parlato troppo poco.

Frammenti di storie che compongono un affresco comune sotto la grande egida del Komsomol, l'organizzazione dei giovani comunisti sovietici. «Quando dopo la fine della guerra il mondo si divide in due, l'Unione Sovietica impone ai Paesi satelliti la propria organizzazione: militare, economica, sociale. Causa l'ultima, regolata appunto da Komsomol, improvvisamente la gioventù si vede negata la possibilità di essere giovane “all'occidentale”. E dire che non ci sono mai elementi di contestazione politica: come nel massacro ceco del '74, è stato provato che i ragazzi coinvolti non si erano neanche mai posti il problema»

Ad arginare il “pericolo” dilagante, ecco fioccare decreti ministeriali e ordinanze sempre più restrittive. Il capitolo che Ambrosi dedica alla Ddr è in questo senso rivelatorio, avendo rappresentato la fucina più proficua, e fantasiosa, della regolamentazione anti-rock, sviluppando un perfido meccanismo di controllo sui musicisti a più livelli: Registro Statale per tutti quelli che facevano musica, comitato che passava al setaccio la produzione di ogni artista iscritto, compagnia di Stato che deteneva il monopolio per le incisioni, etichette indipendenti totalmente fuori gioco.

Tutto era costruito in modo da mettere il silenziatore e stoppare, come la definisce Ambrosi, «la barbarie culturale americana» che i censori sentivano incombere. I giovani tedeschi dell'Est amavano moltissimo il ballo e ne popolavano a frotte le sale? Ecco pronta, nel '58, la “Programmazione del divertimento e del ballo”, a bandire le danze che prevedevano i ballerini separati e non la tradizionale coppia accostata. «Chi si piegava in un twist o in un rock veniva tirato su per i capelli – racconta l'autore - pestato e buttato fuori dal locale. Per creare un'alternativa era stato addirittura creato un nuovo ballo, il Lipsi, presentato dal presidente Walter Ulbricht in persona». Inutile dire che i ragazzi se ne infischiarono, continuando ad esser presi a ceffoni e lanciati fuori dai locali, «fino a quando la tv di Stato non passò un servizio in cui si vedeva nientemeno che Ulbricht ballare il twist separato dalla moglie».

Ddr o no, sotto la Cortina tutto il mondo era paese. L'ostracismo e la demonizzazione dei gruppi musicali imperversava. Se stavi in una band, a salire su un palco erano dolori perché a dare l'autorizzazione erano commissioni statali che dire agguerrite è poco. «I codici di valutazione – continua - guardavano maniacalmente all'estetica: divise, capelli, modo di stare sul palco; le canzoni dovevano obbligatoriamente essere eseguite nella lingua del Paese. Nacquero regole sempre più incredibili, come quella del 60/40: in scaletta doveva esserci almeno il 60% di brani nazionali mentre il 40% poteva essere un pezzo straniero ovviamente tradotto in lingua locale. E mica uno qualsiasi: anche lì c'era un'attenta valutazione». Risultato: si saliva on stage, ci si guardava furtivamente intorno e, se non c'era nulla di sospetto, allora sì che ci si poteva abbandonare a un programma meno ingessato. Il pericolo che ci fosse qualcuno con le orecchie tese pronto a denunciarti era vivido e sempre presente, in un clima di sospetto e paranoia. «Nella Ddr, ad esempio, una persona su quattro era una spia e non avevi mai la certezza di poterti fidare di chi avevi di fronte. C'erano addirittura gli “spioni” degli “spioni”, controllori ad un grado superiore». In risposta, il mercato nero fioriva copioso. «Da chi era alimentato? Giornalisti, diplomatici, artisti, sportivi: chi poteva viaggiare per lavoro nascondeva nella valigia dischi, libri, riviste, jeans. Il materiale sequestrato convogliava nei magazzini: quando è caduto il Muro, ad esempio, in quelli della Stasi sono stati reperiti vinili confiscati a valanghe».

Contravvenire alle regole non era consigliato. «Se ti beccavano, il taglio dei capelli e il sequestro di dischi e radio era la prima cosa. Poi espulsioni dalle scuole, campi di lavoro rieducativi, servizio militare in Siberia». Tra i gruppi, i Die Butlers, band di Lipsia amatissima dai giovani, non riuscì mai a pubblicare in patria fino ad essere sciolti d'imperio dalle autorità, mentre il gruppo più famoso in Cecoslovacchia, i praghesi Plastic People of the Universe, furono osteggiati per aver rilasciato dichiarazioni non gradite sul loro Paese, additati in tv come “capelloni, drogati, pervertiti e devoti al diavolo” e accusati ingiustamente di frode fiscale. Non
furono i soli a fare le spese di questa inquietante strategia: isolati per gradi, poi messi al bando, fino a che non ne fu sabotata l'intera carriera. Ma ormai il seme della libertà che anima il rock era piantato e con il tempo avrebbe dato i suoi frutti.

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