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Ambra Angiolini scatena la “Guerra dei Roses”

Stasera al Teatro Verdi di Gorizia. «È un adattamento che trae spunto più dal romanzo che dal film. E funziona»

GORIZIA. Pensando a ciò che è oggi Ambra Angiolini, “la piccola donna è cresciuta” vien da dire, tirando in ballo un libro di Louisa May Alcott. I tempi di “Non è la Rai” in cui furoreggiava sconvolgendo l’Italia benpensante sembrano preistoria: era la prima metà dei Novanta e lei esibiva un fascino da Lolita al pari di molte sue colleghe volute dal demone di Boncompagni.

Stasera per Ambra si apre un altro sipario: alle 20.45, al teatro Verdi di Gorizia, sarà infatti assieme a Matteo Cremon per “La guerra dei Roses” di cui molti ricorderanno visto il film con Michael Douglas e Kathleen Turner. La regia dello settacolo è di Filippo Dini. Dell’adolescente è rimasto poco o nulla, oggi Ambra Angiolini è un’artista quarantenne che preferisce tenere il sipario chiuso sulla sua vita privata. In fondo, della sua relazione con Francesco Renga già si è scritto molto e della sua attuale liaison con l’allenatore della Juve Massimiliano Allegri si occupano i giornali dei gossip. Meglio, quindi, concentrarsi sul teatro.

Torna dunque la “Guerra dei Roses”. Che differenza tra film e spettacolo?

«Si tratta - risponde Ambra Angiolini - di un adattamento: c’è stato bisogno del romanzo per rendere la vicenda più teatrale possibile. Si sa, dopo tutto, che il cinema ha un codice diverso rispetto al teatro: il teatro lavora sulla figura intera e necessita di più dettagli, altrimenti si resta un po’ orfani della storia; ciò che al cinema si risolve con un primo piano o con uno sguardo noi dobbiamo riempirlo con le azioni e quando a farlo non ci pensano gli attori ci deve essere la scena, quando non c’è la scena ci sono le luci. Insomma, nello spettacolo c’è più il romanzo del film... Il romanzo è stato di grande aiuto si dice sempre “per nobilitare quello che si fa” ma in questo caso è stato davvero necessario. Altrimenti sarebbe stato solo il film a teatro e non avrebbe funzionato. Invece, lo spettacolo funziona perché ha una storia sua, un’idea un po’ più ampia di ciò che è nell’immaginario di tutti».

Com’è la risposta delle platee? Come sta andando?

«Molto bene. E poi si tratta del primo anno di repliche: come tutti i debutti ha bisogno del pubblico per mettersi a posto. Le prove hanno una fine. Ma nel primo anno si fanno sempre prove, anche quando si va davanti al pubblico. Per rendere lo spettacolo più raffinato servono le reazioni degli spettatori. In fondo, se ogni sera fosse uguale sarebbe una noia mortale e non ci sarebbe la possibilità di un’evoluzione».

È stato difficile il passaggio dalla Tv al teatro?

«È un passaggio che avevo intenzione di fare. Sapevo fin da ragazzina che sarebbe stato necessario lavorare tanto. Soprattutto “nascendo” nel modo in cui sono nata io, un po' per caso. Quindi non avevo paura di fare fatica. E il teatro è arrivato prima del cinema».

A tanti anni di distanza cosa ricorda con particolare piacere di “Non è la Rai”?

«L’avrò raccontato cento milioni di volte. Non saprei. Mi ricordo le cose normali, ecco».

Si sente ancora con qualche sua collega di quel programma?

«Non vorrei parlarne se la cosa non dispiace».

Ci mancherebbe. Veniamo alle cronache d’oggi: emergono storie di molestie, di avance insistenti…

«Anche di questo preferisco non parlare».

I suoi progetti per il futuro?

«In realtà sto già facendo quello che mi piace. Posso organizzarmi la vita sulla base di quello che mi fa emozionare, crescere e soprattutto
mi dà l’idea di non essere ancora arrivata da nessuna parte. Il teatro è una forme di umiltà, è l’unico luogo dove devi misurarti pensando di non avere mai l’atteggiamento di chi ce l’ha fatta. Perché è un luogo dove essere fallibili è facile».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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