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Hannibal e Schindler: sono triestine le voci delle star del cinema

Originale pubblicazione sui doppiatori più celebri. Nel gotha anche il goriziano Persa e l’udinese Graziani

TRIESTE «Suonala ancora Sam, l’hai suonata per lei, ora suonala per me». Tutti sanno che è stato Humphrey Bogart a dire queste parole nel cult senza tempo “Casablanca” (1942). Ma quanti sanno chi ha pronunciato quella mitica frase nella versione italiana del film? Quella frase tanto amata da tutti i cinefili di casa nostra? È stato un attore goriziano, Bruno Persa (1905-1983), che la Warner Bros scelse per la voce di Bogart, anche perché sorretta dalle tante sigarette. Per dare il meglio Persa imparò il testo a memoria, studiando pure la notte il copione del film. Forse sapeva di entrare per sempre nel mito, anche senza farsi mai vedere.

Bruno Persa era un doppiatore, uno di quei mestieri del cinema tanto importanti per la riuscita di un film (almeno in Italia, dove il doppiaggio è rigorosamente in uso dagli anni ’30), quanto ingrati per la popolarità dei professionisti che lo praticano. I doppiatori sono veri attori, ma sono interpreti senza volto che - a parte rarissimi casi (Oreste Lionello per Woody Allen, Ferruccio Amendola per De Niro o Stallone) – nessuno conosce perché lavorano nell’ombra. Anzi, al buio.

A rendere giustizia a questi militi ignoti della parola cinematografica, ecco ora un originale libro di Massimo M. Veronese e Simonetta Caminiti, “Senti chi parla – Le 101 frasi più famose del cinema e chi le ha dette veramente” (Anniversary Book editore, 20 euro), che contiene altrettante biografie di doppiatori italiani e codici QR per ascoltare con lo smartphone le loro frasi cult.

La ricerca conferma una volta di più che, negli anni del cinema classico, la “fabbrica delle voci” italiana raggiunse la perfezione, perché eravamo gli unici al mondo a praticare il doppiaggio scientificamente ed esclusivamente, mentre altrove si preferivano i sottotitoli. Questa eccellenza da noi è diventata arte con grandi attori come Gino Cervi, Paolo Stoppa, Rina Morelli, che talvolta regalavano l’anima a chi non sapeva recitare. E poi c’erano i doppiatori tout court che facevano parlare l’italiano ai divi di Hollywood determinandone spesso il successo, come Emilio Cigoli voce di John Wayne, Gregory Peck o Clark Gable (”Francamente me ne infischio”), Lydia Simoneschi voce di Vivien Leigh (“Domani è un altro giorno”), Tina Lattanzi (Marlene Dietrich, Rita Hayworth), Gualtiero De Angelis (James Stewart, Cary Grant), Pino Locchi (“Il mio nome è Bond, James Bond”), Giuseppe Rinaldi alias Marlon Brando (“Ci faccio un’offerta che lui non può rifiutare”).

Dagli anni ’90 non si doppiano quasi più i film italiani, per l’uso ormai prevalente del suono in presa diretta. Ma in passato era doppiato non solo “Poveri ma belli”, dove Marisa Allasio, che aveva una dizione imprecisa, in contrasto col suo personaggio parlava come un libro stampato, ma anche “Rocco e i suoi fratelli” di Visconti, con Renato Salvatori doppiato da Riccardo Cucciolla, che ovviamente parlava in modo impeccabile. Anche per questi episodi Ennio Flaiano sentenziò: «L’italiano è una lingua parlata dai doppiatori».

Ma al gotha dei virtuosi delle corde vocali, storicamente tosco-romano, appartengono ben quattro importanti professionisti della nostra regione. Oltre al goriziano Bruno Persa, alter ego di Bogey, ecco due triestini, Dario Penne e Franco Zucca, nonché l'udinese Sergio Graziani.

Penne, classe 1938, è la voce profonda e inquietante del mitico Hannibal Lecter nel “Silenzio degli innocenti” (“Sto per avere un vecchio amico per cena stasera”). In una foto con dedica, Anthony Hopkins gli ha scritto: «In certe cose sei più bravo di me». È stato la voce di una sfilza di ruoli celebri: Max von Sydow nell’”Esorcista”, Tommy Lee Jones in “Men in Black”, Gary Oldman nel “Dracula” di Coppola e Michael Caine nel “Cavaliere oscuro”. Da vero triestino Penne ha cominciato con Strehler, ed è stato definito da Cucciolla “il più attore tra i doppiatori”.

Anche Franco Zucca, classe 1952, viene dal palcoscenico (Teatro Stabile di Trieste, poi Catania e Roma), e a lui si devono le voci dello strepitoso Ben Kingsley “italiano” di “Schindler’s List” («Chiunque salva una vita, salva il mondo intero»), ma anche del raffinato Raul Julia de “La famiglia Addams”, o di Robert Picardo, il famoso medico ologramma di “Star Trek”. Infine, ma non ultimo, l’udinese Sergio Graziani, classe 1930, che ha prestato la voce a ruoli da leggenda come il Peter o’Toole di “Lawrence d’Arabia”, il Trintignant di “Un uomo e una donna”, il Donald Sutherland di “Uno squillo per l’ispettore Klute”, il Klaus Kinski di “Nosferatu”.

A leggere le storie di questi artisti nascosti dietro le voci colpisce innanzitutto l’amore per il cinema, che emerge ad esempio in certe improvvisazioni in sala di doppiaggio. La battuta “Lupo ululà, castello ululì” fu inventata perché il gioco

di parole originale era incomprensibile. Come la frase del “Gladiatore”, doppiata da Luca Ward, “Al mio segnale scatenate l’inferno”, che tradotta dall’inglese doveva essere “Al mio segnale scatenate i cani”. Decisamente meno memorabile.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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