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Cosulich: «Gli artisti al centro»

La triestina appena nominata alla direzione della Quadriennale di Roma

Triestina, 43 anni, esperienze all'estero e incarichi prestigiosi a capo di alcune delle realtà più importanti per l'arte contemporanea, dalla Biennale di Venezia ad Artissima passando per Villa Manin. Da qualche giorno Sarah Cosulich è diventata il direttore artistico della Quadriennale di Roma spuntandola su centosedici candidati di cui sei arrivati alle battute finali, dopo colloqui e attenta analisi di capacità, curriculum, progetto e managerialità.

Ha superato una dura selezione. È soddisfatta?

«Sono entusiasta di questa nuova sfida, felice dopo cinque anni di direzione di una fiera internazionale di intraprendere un percorso anche curatoriale in un'istituzione così importante che prevede una responsabilità verso l'arte italiana. L'impegno va dalla ricerca allo studio alla raccolta dei fondi. Il bando, partito ad aprile, richiedeva diversi passaggi ai candidati, ed è stato gestito con professionalità. Ho deciso di partecipare perché ho avuto un'idea precisa, tutta pensata per l'arte italiana, e questo è un momento delicato in cui bisogna attivare decisioni e strategie».

Rispetto ai suoi incarichi precedenti, che cosa si aspetta dalla Quadriennale?

«Il mio progetto è composito, mette in connessione più ambiti. Nel 2020 c'è la mostra apice del programma ma nei tre anni precedenti la Quadriennale deve essere un'istituzione con una programmazione strutturata di iniziative non espositive ma mirate a promuovere scambio e visibilità dell'arte italiana all'estero. Prevedo due aree: il dibattito tra artisti italiani e curatori e la creazione di un sistema per promuovere e sostenere i nostri artisti nei musei internazionali».

Tra gli obiettivi della Quadriennale c'è la valorizzare dell'arte contemporanea italiana. Com'è la situazione oggi?

«Il mio progetto, che presenteremo a breve in un conferenza stampa, nasce da una riflessione sul sistema dell'arte italiana. È importante la connessione interna tra artisti e sistema: noi abbiamo ottimi musei ma con pochi fondi e tante gallerie ma con regole fiscali penalizzanti. Ne pagano le conseguenze gli artisti che ricevono poca visibilità e i giovani che vorrebbero proporre nuovi linguaggi. L'Italia è poco organizzata e carente di strutture che veicolino la presenza all'estero. L'analisi che voglio fare prevede una mappatura che coinvolga ruoli e personalità diversi mentre nella mostra va posto al centro l'artista. È un progetto concreto, con una vera struttura che funziona e agisce. E la Quadriennale può assumere un ruolo che all'estero hanno altre strutture».

Roma è una città magnifica ma difficile. La impensierisce?

«Non mi impensierisce ma andranno rispettati gli equilibri. Ci vuole sensibilità per registrare tutte le opinioni di chi opera lì da sempre. Arrivo da fuori e ho il vantaggio della spontaneità ma devo rispettare il contesto, e il progetto internazionale deve fare i conti con le risorse locali».

Lei ha studiato e lavorato all'estero. Com'è lavorare in Italia?

«In Italia ho avuto esperienze pubbliche e ho vissuto intensamente la politica e gli interlocutori istituzionali che rappresentano una parte importante dell'incarico e un'energia che va investita: bisogna lavorare in modo efficace per portare avanti gli obiettivi dell'istituzione e anche spiegare e motivare ogni scelta con gli interlocutori politici. All'estero gli interlocutori sono collezionisti, sostenitori, sponsor».

Questa nomina arriva dopo Artissima e una chiusura inaspettata con Torino.

«Il mio incarico era di tre anni, rinnovato di un anno e poi di un anno ancora. I risultati concreti sono stati evidenti a tutti, migliori di quelli dei miei predecessori. È una fiera legata a meccanismi cittadini e politici e risente dei grandi cambiamenti. Nell'ultimo periodo moltissime fiere sono sorte in tutte il mondo: il mio progetto l'avrebbe rivoluzionata e avrebbe richiesto a Torino decisioni importanti. In fondo sono contenta che sia andata così perché mi si è aperta l'opportunità di Roma. E poi mi mancava il contatto con gli artisti che in una fiera è solo indiretto».

Come vede l'arte contemporanea a Trieste?

«Soffro a vedere che Trieste non coglie certe opportunità di far parte e di riflettere la contemporaneità. Tralasciare la strategia culturale del presente è un'occasione persa. Molti amici legati al mondo dell'arte ci vengono e notano come sia una città in cui si respira la centralià europea e dove ti aspetteresti di trovare una
Kunstalle, una struttura in cui presentare in chiave mitteleuropea il contemporaneo, sfruttando la centralità della posizione. Ciò la renderebbe molto attrattiva: la specificità dell'offerta culturale è il segreto della crescita turistica della città».

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