Quotidiani locali

L’infanzia testimone del male

Nella Napoli dell’800 di Vladimiro Bottone la giustizia sembra impossibile

La prima cosa che ti salta in testa è di andarlo a cercare su Google, questo Reale Albergo dei poveri di Napoli. Perché un luogo così si fa fatica a immaginarlo. E invece, esiste. Magari fosse solo il frutto della penna (peraltro un’alta prova di narrativa storica in chiave mistery) di Vladimirio Bottone, il suo “Vicarìa-Un’educazione napoletana” (Beat, pagg. 488, euro 11,50). Il Reale Albergo: è l’assoluto protagonista del noir di Bottone, un’opera mastodontica, un quadrilatero con una superficie di oltre centomila metri quadri con una facciata lunga quattrocento metri divisa in sei piani e oltre quattrocento ambienti. Dettagli non da poco, nemmeno per questa storia. Si tratta del maggiore palazzo monumentale di Napoli e il più evidente complesso monumentale di rilievo del ’700 in Europa,più immenso della Reggia di Caserta.

Il reclusorio nasce con l’ambizione di risanare le piaghe cittadine divenendone, di fatto, l’ennesima. Reclusorio di vecchi inabili, mendicanti, prostitute, orfani, ripudiati, malati. Creature impastate nella polvere e nel fango, oltre che nel “sovrabbondante sperma della città”. Per i bambini, un futuro - quasi certo - da delinquenti, per le bambine da sgualdrine. Viene chiamato dai napoletani il “Serraglio”, questa cittadella autonoma, perché dalle sue mura è pressoché impossibile fuggire. A scappare - nel 1841 - ci prova Antimo, un bimbo di sette anni nato in “cattività”, proprio al Serraglio. Occhioni grandi, quattro ossa gracili con poca carne maltrunita e un viso da icona bizantina. Tenta di farlo infilandosi in una cesta di vimini, quella dove ammucchiano la paglia usata per i materassi e i cambi settimanali delle lenzuola. Fetide. Fetide come le voglie dei controllori di questa umanità dolente che viene violentata per un tozzo di pane su cui specula un’altra genìa di canaglie (l’economo, gli appaltatori, gli ispettori ministeriali, i cuochi, i dottori). Antimo è sul punto di guadagnare l’uscita quando, scoperto, viene sciabolato. “Si è sgozzato sopra le punte del cancello”, diranno. Viene deposto in una bara da quattro soldi, al posto di un vecchio: l’ufficiale di stato civile, tanto, rilascia dei certificati in bianco per questi “serragliuoli”.

Nessuno si volta indietro tranne un giovane commissario di Vicarìa, uno dei quartieri più malfamati di Napoli. Elegante, scrupoloso, un uomo tutto di un pezzo, che alla vendetta insita nella testa e nel cuore di chi abita quei vicoli preferisce la giustizia. Gioacchino Fiorilli viene incaricato del caso. “Bello ’sto fatto, è partito vecchio e se n’è arrivato creaturo?”. C’è il mercato nero di ossa, braccia, cuori e polmoni di cristiani, i bimbi valgono molto più da morti che da vivi. L’aiuterà Emma, ventenne inglese dalla splendida voce, maestra di coro a cui Antimo - pochi giorni prima di essere ucciso - si aggrappa all’orlo della gonna, correndole incontro e supplicandola, quasi fosse una Madonna, di non farlo affogare nella malasorte. La carità di venire ammesso nel coro un anno prima del consentito, ecco la richiesta. A Emma, a Antino, diranno di no.

Fiorilli così si trova a fare i conti con una Napoli popolata di funzionari corrotti, medici senza scrupoli, sinistri personaggi in bilico tra luce e ombra. Un affresco, sofisticato e impeccabile, di quella metropoli dell’Ottocento. Miseria e nobiltà. Il sole delle piazze e il buio dei vicoli. Il rovesciarsi di ceste e carretti e le risse di megere e ladri. Il caldo dei palazzi e l’afrore degli uomini. Le serate al pianoforte e le bische clandestine. Il Lotto clandestino e il Lotto “regolare”. Già, la descrizione dell’estrazione dei numeri del Lotto: è quella l’anima di Napoli. È quella descrizione che “spiega” il romanzo. E che ti fa diventare, nell’accuratezza dei particolari, soggetto della scena. Teatrale. Una sala del tribunale, un drappello di soldati, una pedana, un tavolo a ferro di cavallo, drappeggi. Un brusìo fatto di preghiere. “A Maronna te benedice”. Ed ecco il bambino: a digiuno, prende parte a due messe, una propiziatoria, l’altra di ringraziamento. Lo rivestono con una tunica bianca. Migliaia di mani vogliono abbrancare l’orfano. La benedizione del sacerdote. Il bracciale fatto di santini per salvaguardare la regolarità delle operazioni. “Piccerì, ccà sulo a te e ’a Maronna tenimmo!”. L’urna che si agita, pianti e implorazioni. Poi, neanche un respiro. “Vintuno”, “doie”, “quinnece”, “trentacinque”. “A’ chiaveca d’ ’e nummere”, “Serrragliuò, sì ’a sfaccimma ’e ll’umanità”. No, Antimo non è stato fortunato, né a nascere né al gioco. “Con quei poveri disgraziati è tutto facile, l’autorità ne comanda
uno, che subisce questo calvario. Tanto, chi li difende?” Nessuno. Non è un libro prettamente natalizio, ma è un romanzo che smuove l’indignazione verso l’infanzia rubata. Argomento questo, che di storico - e pure di geografico - non ha proprio nulla.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

TrovaRistorante

a Trieste Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGI E TESI DI LAUREA

Pubblica il tuo libro