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Nel mare ambiguo di Trieste

Esce per la Leg una monografia illustrata sulla città firmata da Pietro Spirito e Massimo Crivellari

Trieste. Questo sublime teatro di contraddizioni. Città ambigua ma chiara, liquida e rocciosa, laica ma morale. Quanti hanno scritto di lei? Come fosse una bella donna seducente, ma sprezzante, che ha sempre bisogno di nuova linfa, di un nuovo encomio. Così manipolatrice da corrompere ogni addetto alla scrittura per farsi cantare. Da Bazlen a Saba, da Svevo a Joyce, da Rilke a Stuparich. A Trieste non basta mai.

Neanche gli autori contemporanei ce la fanno, cedono al suo canto da sirena per dire qualcosa in più, per dipingerla con occhi nuovi. Ma Trieste è crudele, le sue doti sono sempre le stesse. Solo che ognuno può vederle con sguardi diversi, anche perché di sguardi Trieste ne ha tanti. E sono sempre sfuggenti. Si fa stregare anche Pietro Spirito da questo sex appeal, compilando il volume “Trieste. Una città e la sua anima” (Libreria Editrice Goriziana, pagg. 127, euro 30,00), realizzato in sinergia con Massimo Crivellari, autore del percorso narrativo per immagini. Il libro sarà presentato domani, alle 18, alla Libreria Lovat di Viale XX Settembre 20, a Trieste, da Nadia Dalle Vedove, con letture di Sara Alzetta, alla presenza degli autori. Le immagini di Massimo Crivellari, fotografo prevalentemente esperto di natura, architettura e interni, sono foto piuttosto “verticali”, che vanno dritto al punto di un paesaggio, a un pezzo di storia. O più semplicemente dipingono uno stato d’animo, una casa, un faro, un castello, il traffico o la movida, tutto ciò che Spirito, a metà tra fatti e letteratura, ha intenzione di dirci.

D’altra parte è la poetica del nostro autore, quello di porsi su un rischioso abisso, tra la certezza della documentazione e arte, tra il rigore dei fatti e l’abbandono. Pietro Spirito è indubbiamente tra i narratori triestini più talentati, la storia gli viene facile, più facile che a molti altri, è un affabulatore, un ricercatore di gesta del passato, battaglie, relitti, vecchi arnesi che hanno fatto la guerra, sono i suoi elementi. Elementi che talvolta precipitano dove il mare diventa più ambiguo. Uno scrittore contraddittorio. Come la città. Sfuggevole. Dalle tante identità. Per cui ci guida con abilità nelle cose visibili e invisibili di Trieste e come Trieste ci restituisce i suoi sguardi. Il destino del territorio, ci dice, è legato a un pendolo che oscilla tra passato e futuro, con brevi passaggi nel presente: «Trieste funzionava quando era il più grande emporio dell’impero asburgico, quando Mussolini la definì Porta d’Oriente, quando gli angloamericani la gonfiarono di dollari trattandola come una piccola Berlino Ovest, quando negli anni Sessanta il governo italiano mobilitava servizi segreti e spendeva miliardi di lire in nero per rafforzare la sua italianità contrapposta al mondo comunista, quando, e siamo agli anni Novanta, come retrovia dei Balcani in fiamme divenne centro di pacificazione e riflessione culturale. Oggi Trieste è una marginale provincia nella più ampia area dell’Euro…».

Eppure continua a emanare il suo fascino, anche se non si dà più molto da fare. Chi abita da almeno trent’anni in città si ricorderà che i problemi di cui si discuteva allora erano: la Ferriera e il Porto Vecchio. Scenario affatto cambiato e di forza i due elementi entrano nella mitologia per immagini del volume, con la Lanterna, il Faro, Miramare, il Narodni Dom e i suoi tragici incendi. Ma c’è anche un’idea di città più trasversale rispetto ai soliti manuali. Spirito ci informa del suo traffico, la sua movida, le sue librerie, la fauna, i teatri, lo sport che tanto affascina i triestini, a patto di entrare in contatto con il paesaggio, sia mare o Carso. Trieste austriaca, irredentista. Trieste fascista, slovena, americana. La volevano tutti e infine lei non si è data a nessuno. Neppure all’Italia. Una terra che si contraddice anche nelle architetture, non solo quelle più monumentali. L’arte viene spinta all’estremo, chiara e frontale, pure nei profili più domestici. Così è la melliflua decadenza di Casa Valdoni, in via Commerciale, rispetto all’esubero razionale di Casa Bartoli, passando attraverso Rotonda Pancera e la sua aura massonica. Città della scienza, con i suoi poli di eccellenza, il suo vecchio Osservatorio, vicino alle stelle: «Quando la cupola inizia a girare con faticoso rumore di ingranaggi e la specola si apre al cielo orientando l’antico telescopio Reinfelder come un cannone di Jules Verne puntato sulla luna, capisci quanto in questa città scienza, favole e fantascienza si diano la mano in un allegro girotondo». E bella è la favola dell’Ursus, una delle più antiche gru galleggianti,
ormai un reperto archeologico che come tanti triestini ha provato a scappare sciogliendo le catene, senza successo. Perché con qualsiasi sguardo, da ogni prospettiva, con qualsivoglia difesa, è un mondo che ti entra dentro: chiunque tu sia.

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