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Nel “Bosco” si nasconde il prete pedofilo

Stasera la proiezione di “El bosque de Karadima”, i film di Matías Lira che ha scandalizzato il Cile

TRIESTE. Una parrocchia chiamata “Il Bosco” infonde istintivamente un'idea di armonia e serenità ma poi, come nell'immaginario della tradizione, può rivelarsi un luogo oscuro e ricco d'insidie. “El bosque de Karadima”, film che il Festival del Cinema Latino Americano presenta fuori concorso questa sera alle 22 al Teatro Miela, ha rappresentato in Cile un vero e proprio caso, sia per aver dato origine a un acceso dibattito che per aver sbancato i botteghini del Paese. Perché il tema, gli abissi della pedofilia all'ombra dei ranghi del clero più elevati, protetti e intoccabili, fonda su fatti tristemente reali che hanno scosso l'intera collettività. Protagonista degli efferati crimini, Fernando Karadima, oggi 87enne, carismatico sacerdote cattolico adorato dall'alta società di Santiago, formatore di alcune di quelle che sono, oggi, le più alte cariche della gerarchia ecclesiastica cilena. Dopo reiterati tentativi di insabbiamento, la Santa Sede lo ha infine riconosciuto, nel 2011, colpevole di violenze sessuali e psicologiche su minori e abuso dell'autorità ecclesiastica. Il film, tra l'altro, coincide con un momento caldissimo sul tema anche in Italia, proprio nei giorni in cui il Vaticano ha ordinato nuove indagini sui presunti abusi al preseminario a pochi passi dal Cupolone.

Nel film, che procede attraverso continui flashback, il regista Matías Lira concentra nella figura del protagonista Thomas (il Benjamín Vicuña di “La Memoria dell'Acqua”) la vera vicenda delle quattro vittime uscite allo scoperto per inchiodare il potentissimo autore delle violenze, perpetrate indisturbato per 20 anni. Ma ha incontrato, ha spiegato, «tante altre persone che hanno deciso di non parlare perché i loro casi erano caduti in prescrizione». Professionista nella manipolazione, il sordido Karadima di Luis Gnecco, già “Neruda” per Pablo Larrain, s'insinua nell'intimo della vittima trovando spazio nei suoi naturali dubbi di adolescente prima, consolidando poi il legame quando il ragazzo si fa uomo. Senza puntare allo scandalo, Lira non fa comunque mancare un paio di scene forti ma necessarie, tra masturbazione, fellatio e rapporto vero e proprio, puntando più che all'atto in se a restituire in termini verosimili, permeandolo di un senso d'angoscia, il sottile rapporto vittima-carnefice, diabolicamente giocato sempre sul filo dal prete.

L'eco del film è stato così incisivo da costringere la Chiesa cilena a riscrivere daccapo i protocolli interni in materia. E se “El bosque de Karadima” non fa mancare un'aspra denuncia alla società “bene” complice dei misfatti, un altro film del ricco programma di oggi ci fa conoscere un personaggio che irrompeva nelle riunioni o feste della Santiago ricca e fedele a Pinochet vestito di paillettes e abiti vistosi. Dove possibile, arrivando persino a cavallo, con performance svolte anche davanti al palazzo della Moneda.

“Pedro Lemebel: corazón en fuga” di Verónica Quense è una chicca che la manifestazione propone alle 16, occasione per scoprire uno dei più grandi artisti e scrittori del Novecento cileno ma ancora semisconosciuto in Europa; a guidarla è Federica Rocco, docente di Lingua e letteratura ispano-americane all’Università di Udine. «Ha un suo pari forse soltanto in Roberto Bolaño – spiega - ma pochissimi in Europa lo conoscono. Di famiglia povera, omosessuale e mezzo indigeno, Pedro Lemebel portò agli occhi del mondo la sua marginalità facendola diventare potenzialità, rompendo gli schemi. E lo fece in piena dittatura, a rischio della vita. Questo documentario ci trasmette il senso della sua opera: la letteratura
diventa chiave per trasmettere una visione del mondo non sottomessa e per aprirsi alla diversità». Oggi ci sarà anche tempo per riproporre, alla 21, un documentario ghiotto come “Vidas con Sabor”, viaggio inebriante nel cibo messicano.

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