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I mille fantasmi nel cuore inquieto di Giacomo Joyce

Retroscena del poemetto nel nuovo libro di Renzo S. Crivelli che viene presentato domani alla Libreria Minerva

Il poemetto in prosa “Giacomo Joyce” è lo specchio di un'inquieta Trieste d'inizio '900, unico testo dello scrittore irlandese d'ambientazione triestina, e pubblicato postumo nel 1968 da Richard Ellmann, biografo di James Joyce. Si tratta di pochi fogli: sedici pagine ricche di ampi spazi bianchi. Eppure, (come sempre in Joyce) c'è materiale sufficiente per rompersi la testa per decenni. “Giacomo Joyce” è uno specchio su cui si riflettono molti fantasmi: spettri di giovani donne, di lussuose abitazioni borghesi, di sonanti strade acciottolate, di sordidi quartieri percorsi dai mormorii di prostitute/oracoli di sapienza, di una moglie che tutto perdona, ricordi, immagini di città. Del manoscritto (a cui Joyce non fa riferimento in nessuna lettera o dichiarazione) esiste solo una fotocopia conservata in un'università americana, mentre dell'originale si sono perse le tracce, ed è forse nelle mani di un anonimo collezionista privato.

A tirare le mille fila attorno ai misteri di questo mini-frammento di scrittura joyceana ci ha pensato Renzo S. Crivelli, nel volume “Un amore di Giacomo. Poemetto in prosa di James Joyce nella Trieste di primo Novecento” (Castelvecchi, Roma, pp. 230, euro 22) che verrà presentato alla Libreria Minerva domani alle 18 dall'autore e da Alessandro Mezzena Lona. In appendice al volume, Crivelli propone una nuova e bella traduzione di “Giacomo Joyce”, assolutamente necessaria per rendere finalmente più chiaro e godibile questo piccolo capolavoro al lettore italiano.

Nella prima parte del libro Crivelli ripercorre l'ampia letteratura che vi è sorta attorno, i riferimenti biografici, le peculiarità stilistiche e l'identità della giovane allieva del professore di inglese che è al centro della narrazione. Un'attenta lettura di “Giacomo Joyce”, testo quantomai frammentario e reticente, suggerisce che si tratta d'una infatuazione, un amore non corrisposto tra una ricca, giovane, bella, musicale e sportiva allieva ebrea-triestina e uno spiantato, al limite dell'indigenza, seppur geniale insegnante irlandese. A questa impossibile storia d'amore, per l'abissale differenza di censo, stato sociale e credo religioso dei due “amanti”, fa da sfondo una rarefatta, affluente Trieste, ricca di negozi, con uno sfavillante teatro d'opera, strade lastricate, ville sui colli. Renzo S. Crivelli, professore emerito di Letteratura Inglese all'Università di Trieste, oltre a saggi e monografie di letteratura inglese è autore di tre pièce teatrali ispirate a Joyce e si è più volte confrontato con l'elusivo “Chi?” che apre “Giacomo Joyce”, convinto che non sia una sola ragazza, ma una moltitudine di fantasmi che possono assumere i tratti di Annie Schleimer, di Emma Cuzzi e delle sue amiche, o di Amalia Popper.

Con un accattivante uso del presente storico, Crivelli ricostruisce gli anni di permanenza a Trieste di James Joyce e della sua compagna Nora Barnacle, della famiglia in rapida espansione, delle precarie condizioni economiche e delle numerose crisi del loro complesso rapporto di coppia. Ma anche le frequentazioni della Trieste popolana, quella delle osterie e dei bordelli, e del mondo dell'aristocrazia industriale e commerciale cittadina, rappresentata dai facoltosi studenti privati di Joyce e dai loro figli e figlie. È in questo ambiente alto borghese, spesso mosso da sentimenti irredentisti, che si collocano i possibili amori di “Giacomo”.

Nella seconda parte del libro Crivelli approfondisce gli aspetti più pruriginosi del poemetto e riferendosi alle allieve di Joyce scrive: «I loro corpi spesso emergono prepotenti nella mente dello scrittore, che li ricostruisce attraverso un accumularsi di dettagli e di emozioni. Sembra quasi che per lui l'unità fisica lasci il posto a una frammentazione a metà fra la suggestione degli stereotipi attrattivi del suo tempo e una declinazione feticistica degli ‘strumenti’ del desiderio: dal vestiario agli atteggiamenti, dalle trasparenze alle mosse più o meno calcolate».

Sì perché “Giacomo Joyce” è un poema degli sguardi, della
voluttà del dettaglio: una ciocca di capelli, una calza, un guanto, una nuvola di pizzo, una schiena nuda e argentea. Un territorio questo dove diventa difficile distinguere tra un'odalisca, un serpente tentatore e una giovane triestina di buona famiglia.

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