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Il mondo di Toulouse-Lautrec

A Palazzo Reale di Milano 250 opere: dipinti, manifesti, acqueforti, foto, stampe giapponesi

Era nato ad Albi (Francia del sud, 1864), in una colta e facoltosa famiglia della più vecchia aristocrazia francese. Subito, manifestò una rara inclinazione per il disegno. A 14 anni venne introdotto dal padre, appassionato di arte, nell’atelier parigino di Princeteau (Faubourg saint-Honoré), dove incontrò l’estro dissacratorio di Jean Louis Forain. Entrò in contatto anche con Charles du Passage, impegnato in avveniristici studi in materia fotografica.

Al di là dall’arte innata, il giovane Henri de Toulouse-Lautrec possedeva tutto e di più per affrontare un futuro luminoso. Tutto, fuorché le gambe. Gambine gracili definitivamente compromesse da due rovinose cadute. La madre amorosissima con al quale Henri vivrà dopo la separazione dei genitori, portò il figlio storpio dai medici più illustri. Lo accompagnò da una cura termale all’altra, ottenendo solo lievi passeggeri miglioramenti. Purtroppo, oltre alla malformazione degli arti inferiori, Toulouse-Lautrec soffriva di delirium tremens e di manie di persecuzione (famosa la sua impennata di spari contro ragni immaginari). Morì dopo un ultimo colpo apoplettico, il 9 settembre 1901. Non aveva ancora 37 anni. Le sue opere avevano raggiunto cifre da capogiro. La sua arte era stata riconosciuta presto: a 25 anni esponeva a Parigi al Salon de Indépendants, meta che molti colleghi non raggiunsero mai. Aveva condotto una vita infelice e scellerata, tra droga ed eccessi di ogni genere, sullo sfondo della Montmartre emblema di vizi e furori, ma anche di sublimi espressioni di genio.

A questo gigante della pittura fine Ottocento, Milano (a Palazzo Reale) dedica ora una mostra a titolo “Il mondo fuggevole di Toulouse-Lautrec”, nata dalla collaborazione con il Musée Toulouse-Lautrec di Albi e l’Institut National d’Histoire de l’art di Parigi. Curata da Danièle Devynck e Cluadia Zevi, aperta fino al 18 febbraio 2018, la mostra si vale di oltre 250 opere provenienti da tutto il mondo: dipinti, manifesti, acqueforti, litografie e due elementi determinanti che influenzeranno le modalità rappresentative e iconografiche di molti artisti: le stampe giapponesi e la fotografia.

Se la cifra di Toulouse-Lautrec si identifica nel mondo spettacolare dei café-concert e del circo, nelle feste del Moulin Rouge e del Moulin de la Galette o nella sfera intima di boudoir e case chiuse, non va certo limitata alla strepitosa produzione cartellonistica (Toulouse-Lautrec diventò famoso di colpo a 27 anni, con il primo manifesto del Moulin Rouge). Geniale fu anche la sua pittura, nella forma e nella novità dei soggetti, straordinaria nella composizione, rapinosa nel colore.

L’imponente esposizione milanese a Palazzo Reale, ci racconta Toulouse–Lautrec a 360 gradi, a partire dal primo intenso autoritratto del 1880 (il pittore aveva 16 anni), un unicum, ancora inteso alla maniera classica. I successivi autoritratti saranno disegni caricaturali privi di indulgenza. Incantevole, ancora pieno di poesia l’Etude de nu-Femme assise sur un divan del 1882.

Poi la ricerca del realismo, anche spietato, prenderà il sopravvento. Non per niente Duranty aveva lanciato il programma: «Con una schiena, vogliamo rilevare un temperamento, un’età, uno stato sociale» (che Degas sarà tra i primi a praticare). È l’essenza dell’individuo che conta, il portamento, con le eventuali asimmetrie della postura. Il momento fuggevole del corpo e dell’anima.

Tecnicamente, tutta l’opera di Lautrec è sviluppo di schizzi, dei quali mantiene l’immediatezza, spesso basata sulle stampe fotografiche, utilizzate nei modi più inattesi (vedi Jane Avril au Jardin de Paris). Immancabile, in mostra, la celeberrima litografia Le jockey (1899) con quello sgroppare del cavallo (visto da dietro) e il fantino sollevato nello sforzo dello scatto finale, immagine in cui il fotografo si sovrappone quasi al pittore (le corse, molto frequentate da Lautrec, cavalli e fantini, erano tra i suoi soggetti prediletti).

La cartellonistica ha ovviamente largo spazio. Riconosciamo i soggetti più famosi, a cominciare da quell’Aristide Bruant all’Ambassadeurs (cappellaccio nero e sciarpone rosso); e la serpentina Jane Avril o alla clownesse assise stravaccata a gambe larghe nella sua calzamaglia nera.

Una amena nota di
colore compare nella fotografia di Maurice Guilbert che riprende “Henri de Toulouse–Lautrec in abiti giapponesi che si finge strabico”. Riusciva persino ad essere autoironico, lo storpio nanetto. Irrinunciabile lo splendido catalogo di GAmm Giunti/Electa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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