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L’esodo da Udine dopo la disfatta di Caporetto

Il libro di Francesco Jori sulla ritirata dopo la grande battaglia in vendita da domani nelle edicole assieme a “Il Piccolo”

Pubblichiamo per gentile concessione un brano dal libro di Francesco Jori “Caporetto - La grande battaglia”, pubblicato dalla Biblioteca dell’Immagine, in vendita da domani nelle edicole assieme a “Il Piccolo” al prezzo di 9.50 euro.



Per il Friuli e per il Veneto al di là del Piave, la disfatta di Caporetto apre un doloroso capitolo di occupazione nemica, che si protrarrà per un anno esatto… Udine conosce un esodo di proporzioni bibliche. La mattina di domenica 28 ottobre parte dalla stazione l’ultimo treno verso il Veneto, letteralmente preso d’assalto. Luigi Cigolini, ferroviere in servizio quel giorno, parla di “uomini seduti sui repulsori, davanti la macchina, aggrappati alla ciminiera, in piedi sulle banchine, che rincorrono la macchina e servono ai pulitori per pulirla, uomini e ragazzi distesi sul cielo dei vagoni, esposti ai rovesci della pioggia continua”. A Susegana il convoglio viene colpito da una bomba che centra un vagone, uccidendo due ferrovieri e alcuni soldati. A Treviso, una donna a bordo partorisce due gemelli. In città la situazione si fa tragica, come descrive con grande efficacia in un suo diario Agostino Modonutti: “Cessa il tram cittadino e nel tumulto della fuga Udine sembrava fosse presa da una delirante ossessione per salvare la propria vita. Il punto più maggiormente preso di mira era la stazione ferroviaria per assalire i treni. Nella tenebra di quella sera sciroccata senza una luce di lanterna che ti guidi, è indescrivibile la folla che si spinge come pazza per entrarvi nell'atrio. Si udivano da ogni parte voci piangenti e grida. Si videro amici e conoscenti che portavano le loro famiglie, cercan¬do i loro cari per rimanere uniti. Non lontano si sentiva il rombo del cannone mentre nel cielo rombavano gli apparecchi. Era una notte infernale”. Ma anche di là del Piave, la situazione dell’immediato dopo Caporetto rasenta il caos più totale, specie nelle aree più vicine al fiume. C’è al riguardo una testimonianza di Ardengo Soffici, scrittore, poeta e pittore, ufficiale della Seconda Armata, impegnato nel teatro delle operazioni, e che a quei giorni tragici dedicherà un libro sulla ritirata dal Friuli: con i propri occhi vede “turbe di profughi che hanno passato il Piave e s’irradiano per la pianura…”. E propone un quadro nitido di quell’esodo confuso: “Chi ha potuto salvare una vacca, un asino, un porco, se lo conduce in compagnia come un membro della famiglia; quasi tutti traggon con sé qualche cosa, una cesta, un carretto ricolmo d’ogni cosa un po’, una gabbia, un sacco, un fiasco di vino, un fagottello di biancheria”…

La situazione è disperata anche per quella parte di esercito italiano che ha serrato le fila e ha cercato di ritirarsi in buon ordine. Una testimonianza minore, ma di impatto comunque rilevante, viene da un giovane tenente padovano, Angelo Sommer, classe 1897: dal 27 ottobre, quando il suo reparto inizia il ripiegamento, fino al 7 novembre quando arriva sul Piave dove si attesta, tiene un diario quotidiano degli eventi, scritto su un quadernetto che ha con sé. Fra le tante annotazioni, prendiamo quella del 31 ottobre perché per il giovane tenente è un giorno particolare: “Oggi compio 20 anni. Bel compleanno davvero. Alla mattina presto, si parte marciando in ordine in due file ai lati della strada, malgrado le continue incursioni degli aeroplani nemici… che seminano bombe e raffiche di mitragliatrici… Comprendo che ci fanno risalire parallelamente al Tagliamento, ma ignoro dove ci fermeremo e se sarà per combattere”. In serata si arriva a Savorgnano, e lì giunge una pessima notizia, che a Sommer rovina anche quel minimo di festa
per il suo compleanno: la perdita di Udine. Una tragedia anche personale, per lui: “Udine, la cara città, la patria del mio babbo, ove fui da bambino, la rivedo, col suo bel colle, il castello con la sua piazzetta veneta. Ed ora è austriaca. Piango come un fanciullo…”(...).



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