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Paolini e Bettin «Trieste, una città di meduse brillanti»

Esce oggi “Le avventure di Numero Primo” (Einaudi) la storia scritta a quattro mani con il saggista veneziano

Esce oggi nelle librerie “Le avventure di Numero Primo” di Marco Paolini e Gianfranco Bettin, edito da Einaudi Stile Libero. Per gentile concessione dell’editore anticipiamo alcune pagine che riguardano Trieste.



Ettore cercò di scegliere le parole per non far calare la decisione dall’alto. Ci aveva pensato per giorni ma non voleva che sembrasse una punizione per quello che era successo al formicaio. Si era sentito morire in quelle ore, durante la ricerca con i soccorritori. Si era fidato troppo? Come aveva potuto permettere che succedesse? Era andata bene infine, come quella volta sul davanzale di via Piave.

«Devo proteggerlo meglio, – pensò. – Un padre non può accontentarsi di dire che è andata bene e sperare che continui così».

Aveva cominciato a fare dei progetti. Poi si rese conto che doveva anche iscriverlo a scuola.

– In questa casa non c’è il riscaldamento. Non c’è isolamento, è tutto vecchio... – così introdusse il discorso.

– Però a noi piace, vero, papà?

– Ci piace molto e, se vuoi, ci torneremo la prossima estate, ma a breve inizierà l’anno scolastico e qui ci sono pochi bambini, pochi per avere una scuola in paese.

– Ma c’è lo scuolabus, papà, e ci si diverte tantissimo sulle curve... e i miei amici mi hanno detto che a Zoldo c’è un maestro bravissimo... E poi a me piace stare qui, non voglio andare a Trieste, non conosco nessuno lì.

Ettore si chiese quando lo avesse sentito parlare di Trieste. Aveva la sensazione di non averlo mai fatto in sua presenza. Aveva chiamato a Trieste per informarsi, lo aveva iscritto a quella che gli sembrava la scuola più adatta. Lo aveva fatto preventivamente, perché voleva essere sicuro che si potesse fare, perché aveva cominciato a fare piani e a preoccuparsi davvero come un padre.

La capra venne a mettersi di fianco al bambino, guardando Ettore dritto in faccia. Sembrava che dicesse: Anch’io sto bene qui e non ci voglio venire a Trieste. Perché dobbiamo andarci, papà?

Tutto il discorso che si era preparato era andato a farsi friggere, adesso gli toccava giustificarsi. Ma non era preparato a questo, a dover difendere la scelta.

A Trieste c’è il mare con le meduse più belle del mondo, certe notti vengono in porto e brillano. A Trieste ci sono le montagne, basse ma vere, e sono vicinissime al mare. A Trieste c’è la casa del nonno Italo, che tu non hai conosciuto, ma è dove sono cresciuto io. È a Servola, che è come un paese dentro la città, e dalla mia camera si vedeva il mare. Io guardavo le navi, il porto franco, la fonderia, e l’altoforno, i treni che arrivavano vuoti e tornavano pieni. Adesso in quella camera ci dormirai tu. A Trieste certe volte c’è il ghiaccio e si pattina sulle strade e i pedoni sembrano barche a vela.

Non gli disse che gli piaceva Trieste anche perché aveva una sua lingua codice per cui se ordini un cappuccino ti danno un caffè macchiato mentre per avere un cappuccino si deve chiedere un caffellatte. Il caffè, poi, si chiama nero e al mercato se vuoi pesci piccoli devi dire sardoni, se invece li vuoi grandi devi dire sardelle. A Ettore tutto questo piaceva, gli piaceva l’idea di far parte di una città che nonostante tutto non si faceva omologare.

– A Trieste staremo bene, vedrai.

– Votiamo, – disse Numero, e poi lui e la capra si guardarono. Ettore capì che si era preparato, che sapeva già quello che lui stava complottando e si era attrezzato con lo strumento piú potente che aveva imparato a usare quell’estate: la democrazia. Ettore si ricordò anche di essere stato lui a suggerire il voto per risolvere le discussioni tra i bambini a Zoppè, per limitare, contenere il potere dei più forti.

– Votiamo, papà, – ripeté Numero Primo. Il risultato fu due a uno contro la mozione Trieste. – La capra non conta, – disse allora Ettore, cercando di minimizzare la sconfitta. Poi la maggioranza tese la mano all’opposizione e fu siglato un accordo.

Va bene, papà: noi veniamo a Trieste, però prima tu mi porti sul Pelmo, almeno fino al Passo del Gatto. Avevi detto che quando diventavo grande lo avremmo fatto. Se vado a scuola, allora sono diventato buono anche per la montagna, no?

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