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«Basta ricordare, ora immagino»

Domani il testo aprirà la Stagione dello Stabile del Friuli Venezia Giulia al Rossetti

Due anni di percorso creativo e altrettanti di prove con il pubblico, a rivederlo e limarlo in un continuo work in progress. Ora vede finalmente la luce, e lo fa in un'occasione più che solenne come l'inaugurazione – domani alle 20.30 - della Stagione 2017-2018 del Politeama Rossetti. Non è un caso: perché “Le avventure di Numero Primo”, il nuovo spettacolo di Marco Paolini scritto assieme al sociologo Gianfranco Bettin, convoglia simbolicamente alcuni temi forti che faranno da fil rouge all’intera stagione, tra rapporti familiari, conflitti e interpretazione del nostro tempo, più un inedito, acuto sguardo su quello che ci aspetta nel futuro più prossimo.

Non è la prima volta che Paolini lega il suo nome a un’apertura di stagione, già inaugurata nel 2011 con il suo “Itis Galileo”. Ma stavolta il drammaturgo mischia totalmente le carte in tavola portando allo Stabile un esperimento di fantascienza narrata a teatro, trattando di rivoluzione tecnologica e ingegneria genetica e immaginando, attraverso un rapporto padre-figlio, un futuro non poi così lontano.

Gran cambio di rotta, Paolini. Con “Le avventure di Numero Primo” si mette in gioco, e spiazza.

«È una bella sfida. Viviamo in un tempo in cui ti danno la patente di saggio, di “vecchio della montagna”, com’è successo prima con Rigoni Stern, ora con Mauro Corona. Ti viene affibbiata automaticamente la patente di “voce” che incarna un tema. Ma queste deleghe in bianco t’intrappolano. Io non ci sto a fare la voce della coscienza, o la voce della memoria».

Lei che sul concetto di memoria ha basato gran parte del suo teatro, sia con le orazioni civili che nell'affettuosa biografia collettiva degli “Album”. Non ha più voglia di guardare indietro?

«Oggi preferisco sforzarmi d’immaginare. Può sembrare temerario: ma, arrivato a un certo punto, rischio, vado su altro. Non desidero restare sul solco di qualcosa che è sicuro, di ciò che il pubblico desidera da me: in quel caso si limita non solo la propria libertà ma anche la responsabilità artistica. C’è un altro modo di lavorare, che è quello di interrogarsi sul futuro: non per indovinarlo, ovviamente, e senza presunzione di azzeccare la previsione. Interrogarsi e ragionare su come stiamo cambiando: io, almeno. Ho ragionato su me stesso ponendomi una serie di domande. Sono davvero sicuro di essere lo stesso, con le stesse idee di sempre, o quelle idee sono diventate per me meno importanti e altre cose “esterne” ora contano di più? Cosa determinerà il mio futuro? Le mie idee, la democrazia, le strutture politiche, la società o altro? Quali saranno le forze più determinanti dello scenario che si aprirà nei prossimi anni?».

Ambiziosa, come domanda.

«Esagerata, forse. Ma bisogna far diventare i quesiti esagerati utili e il teatro può essere un terreno dove porli. Una volta suonavano i cellulari, in platea, ora s’accendono gli avatar. Tutti continuano a parlare col mondo ma mentre una volta a farlo erano solo gli adolescenti, adesso sono le nonne. Da parte mia non c’è giudizio critico, semmai curiosità: la cavalcata è eccitante e ci sembra senza costi, mentre crea una gabbia in cui stiamo chiusi tutti, e ogni grado di comodità lo paghiamo con un grado di dipendenza da questo sistema. Se nel rapporto tra cultura e tecnologia lo scenario è cambiato così velocemente, cosa succederà più avanti?».

Immagina un futuro distopico e cupo alla Blade Runner?

«Tutto quello che evochiamo nello spettacolo, dalle macchine intelligenti agli umani aumentati, viene fatto attraverso un linguaggio lieve. Il teatro può permettersi di trasfigurare le cose sotto un’altra ottica attraverso la chiave del racconto immaginato. Siamo nel campo della fiaba, anche se poi la forma è di fantascienza».

Ad esempio?

«Parlo d’intelligenza artificiale domandandomi se vada trattata come una specie di minaccia o come una specie di destino. La domanda è: siamo rassegnati a un tecno-destino scritto da altri o io che non sono un ingegnere che maneggia tecnologie potrò comunque influire sullo sviluppo che avranno? Il teatro può essere il luogo dove fare questi esperimenti».

Un po’ Pinocchio, un po’ ET. Chi è Numero Primo?

«È il figlio che verrà. Ha 5 anni, somiglia poco ai genitori: madre incerta, padre fotoreporter triestino che ama Servola. Nella mia testa Numero non è un supereroe ma un eroe di un’altra tradizione. Lo vedo non come un eroe della Marvel: vorrei per lui un altro immaginario, è più un “Piccolo Principe”, lo dico consapevole
dell’immensa distanza con l’opera. A Trieste frequenta l’elementare Steve Jobs (già Giosuè Carducci), scuola del futuro il cui obbiettivo è scoprire talenti. Ma il suo, di talento, è talmente speciale che non si farà scoprire tanto facilmente!».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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